pasta, aglio e olio tra algoritmi e prompt


Se dopo il titolo hai cominciato a leggere questo articolo, vuol dire che sei inguaiato. Pensavi che l’intelligenza artificiale fosse una bolla, e adesso il prurito ce l’hai tu. Ti senti fuori dai giochi, convinto che ti manchino le basi, senza tempo né voglia di cimentarti con il nuovo sport nazionale: il lancio del prompt. Parola misteriosa, ignota ai più, pronunciata con disinvoltura da gente che fino a ieri non sapeva allegare un pdf. Tranquillo: agosto è il mese giusto per rimediare.

Questa è la prima di quattro lezioni, e apro con una notizia: le basi le hai già. La regola numero uno del corso è non partire da ciò che non sai fare. Parti da una cosa che fai da trent’anni e che sei certo di saper fare bene. Anzi: da quella che ti riesce meglio di tutte. L’istinto ti suggerirebbe il contrario: provarla su ciò che non sai fare, per goderti l’effetto speciale. Sbagliato. Su ciò che non conosci non puoi giudicarla; su ciò che fai da trent’anni la giudichi riga per riga. Per questo corso non è necessario installare nulla. Non servono né un manuale né un nipote ingegnere. Serve la lingua che parli da sempre e un po’ di carattere. Io sono partito dagli spaghetti aglio, olio e peperoncino. Il piatto più onesto e spietato della cucina italiana: pochi ingredienti in croce, niente panna in cui affogare e nascondere gli errori, nessuna guarnizione dietro cui nascondersi. O la sai fare o si sente. Chiunque l’abbia servita agli amici conosce la distanza tra il piatto che profuma e quello che sa vagamente di fritto e di rimpianto. È il piatto di mezzanotte, quello che si prepara quando non resta nulla da dimostrare. Ed è perfetto per cominciare: se questa tecnologia serve a qualcosa, deve servire anche dove credevi di non avere più niente da imparare.

Ho aperto una di queste intelligenze artificiali: una vale l’altra per oggi, e ho scritto: “Siete un team di tre chef che lavora insieme: uno chef stellato, custode della tradizione italiana, un maestro delle tecniche di cottura, un innovatore. Voglio preparare gli spaghetti aglio, olio e peperoncino per quattro persone, ma non li ho mai fatti. Datemi prima la lista della spesa, con le caratteristiche rilevanti per ogni ingrediente. Poi guidatemi fase per fase, numerandole: per ciascuna voglio dosi e tempi precisi, l’errore tipico, come me ne accorgo mentre cucino, come rimedio e il trucco da professionisti che rende quella fase determinante per un piatto memorabile. Non ditemi le cose che sanno tutti: quelle le so anch’io. Se su un punto non siete d’accordo tra voi, non nascondetelo: datemi le due versioni, decido io. Parole semplici, niente gergo da cucina.” La risposta non ve la incollo: la ricetta completa ve la darà la macchina.

Vi riporto ciò che la mia brigata mi ha insegnato e che io, dopo una vita di aglio e olio, non sapevo. Le ovvietà le conoscevo: il germoglio dell’aglio lo togliamo tutti. I gesti da professionisti, no. L’aglio parte a olio freddo, a fiamma minima: l’aroma si estrae piano e la soglia del dorato pallido non arriva mai di sorpresa. La pasta si scola due o tre minuti prima del tempo e finisce la cottura in padella, con l’acqua di cottura aggiunta un mestolo alla volta: si chiama risottare, ed è lì che nasce il piatto. Quell’acqua non è un rifiuto: l’amido che contiene, montato con l’olio fuori dal fuoco saltando la padella con energia, diventa una crema opalescente che veste lo spaghetto. Il piatto riuscito è un’emulsione, non una pasta unta. L’olio, poi, non è “il più intenso che avete”: un Coratina da gara copre aglio e peperoncino come uno stereo a tutto volume copre la conversazione; servono cultivar delicate ed equilibrate, come una Taggiasca o un’Itrana. Il peperoncino entra tardi, perché, bruciato, diventa acre. Su un punto la brigata mi ha dato due versioni, come avevo preteso: fresco per l’aroma, secco per la piccantezza che dura. Ho scelto il fresco. Comando ancora io.

Fine della parte in cucina. Comincia la lezione. Gli economisti con accesso ai contatori di OpenAI hanno registrato settecento milioni di persone a settimana e diciotto miliardi di messaggi. La usano tutti. La domanda interessante non è quanti né quanto: è come. Chi studia il nostro rapporto con queste macchine ha cominciato a classificarlo, e i tipi si riconoscono a occhio nudo: c’è chi la tratta come utensile, chi come assistente, chi come collega, chi come oracolo. L’utensile lo accendi per un compito e lo spegni: traduci, riassumi, correggi. All’assistente delego l’intero lavoro e controllo il risultato. Con il collega ragioni, discuti e, a volte, cambi idea. All’oracolo consegni la domanda e attendi il verdetto. Nessuna di queste posture è proibita. Il guaio comincia quando si passa dall’una all’altra senza accorgersene, e la risposta smette di essere un parere da vagliare e diventa una sentenza da eseguire. Il risultato lo decide questa postura, non la tecnologia. Rileggete il mio messaggio ai tre chef: dentro non c’è un grammo di informatica. C’è un padrone di casa che convoca una brigata, dichiara la propria ignoranza senza vergogna, pretende dosi e tempi, rifiuta le ovvietà, vuole conoscere gli errori prima di commetterli e, soprattutto, ordina il dissenso. Devo dirvi tutto: gli studi mostrano che, di fatto, i travestimenti non rendono la macchina più brava; al massimo le cambiano il tono di voce. Ma rendono più bravi voi. Scegliere i tre chef vi costringe a dichiarare che cosa conta: tradizione, tecnica, coraggio. Il trucco non era per lei. Era per voi.

C’è un precedente, e non è in cucina. New York, Equitable Center, 11 maggio 1997: Garry Kasparov, campione del mondo di scacchi, si arrende a Deep Blue dopo diciannove mosse della partita decisiva. Il mondo archiviò la pratica: la macchina ha vinto, per sempre. “Tu giri adesso, con l’AI al vento, io ci giravo già trent’anni fa!” canterebbe Kasparov, per celebrare il trentennale di quella sconfitta. Per Kasparov fu un colpo durissimo, dal quale però, dopo un po’ di rabbia, emerse l’idea del “freestyle”. Una formula di torneo in cui ciascuno gioca a scacchi con l’aiuto di un computer. Ma otto anni dopo una nuova scoperta. Il torneo fu vinto non da un grande maestro con un supercomputer, ma da dilettanti del New Hampshire con normali computer da scrivania. Batterono grandi maestri, assistiti da macchine molto più potenti, per una sola ragione: sapevano far lavorare i loro computer meglio di chiunque altro. Kasparov ne ricavò una formula: umano debole più macchina più processo migliore batte umano forte più macchina con processo peggiore, e batte perfino la macchina più potente lasciata sola. Nella formula la macchina compare identica: a spostare il risultato è il processo. Il processo, per chi non gioca a scacchi, ha un nome comune: è il rapporto che scegli di avere con la macchina.

Lo so cosa state pensando, e avete ragione: ho scomodato Kasparov per un piatto di spaghetti. Ma il metodo non cambia: convocare le competenze giuste, fornire il contesto, pretendere il processo e riservarsi l’ultima parola. Ed è identico se, al posto degli spaghetti, mettete il curriculum di vostro figlio, il preventivo del dentista da decifrare, la lettera all’amministratore di condominio. La cena era il campo di addestramento: aglio, olio e algoritmo. La partita dei prossimi anni è tutta qui, tra chi resta padrone di casa e chi, senza accorgersene, scivola nel ruolo del devoto che consulta l’oracolo e ne ratifica i responsi. La macchina sa la ricetta. Il padrone di casa resti tu.

COMPITO PER LE VACANZE. Scegli una cosa che fai da trent’anni e che sei sicuro di saper fare: il caffè con la moka, le melanzane alla parmigiana o l’itinerario di un viaggio. Convoca il tuo team di tre esperti: il tradizionalista, il tecnico e l’innovatore; ricopia la struttura del mio prompt, sostituendo gli spaghetti con la tua specialità; pretendi il dissenso e riserva a te la decisione. Se ti risponde con i paroloni, scrivile: “Più semplice!”. Se ti dà ragione su tutto, insospettisciti. Ne riparliamo alla terza lezione. Poi falla davvero, con le mani. Alla prossima lezione ti spiego perché del prompt non devi avere paura: è tutta la vita che prompti. Solo che l’hai sempre chiamato in un altro modo.




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Andrea Laudadio

Source link