La diffusione di Internet ha generato una sensazione di grande euforia. La rete avrebbe reso possibile abbattere le barriere fisiche, le distanze, aumentare le connessioni, amplificare lo sviluppo delle libertà. La formazione di una infosfera globale è stata quindi accolta con ottimismo, come una svolta ricca di opportunità. Mondi e spazi di civiltà si sarebbero potuti parlare, incontrare, contaminare, all’interno di una società di massa globale. Un linguaggio condiviso avrebbe preso il sopravvento, favorendo la costruzione di un movimento culturale omogeneo su scala universale. Internet ha rappresentato la cifra più significativa di tale scenario.
Una trasformazione epocale che ha prodotto conseguenze profonde nel campo culturale, in quello politico e in quello economico. La possibilità di accedere liberamente alla rete, a costi sempre più contenuti e con modalità progressivamente più efficienti, ha prodotto una democratizzazione delle scelte e una velocizzazione degli scambi. Ha introdotto processi di disintermediazione, facilitando la costruzione di una sfera individuale all’interno di un reticolo diffuso e interconnesso.
La libera e personale opinione ha iniziato a proliferare in maniera endemica, il dibattito pubblico a frammentarsi, la comunicazione politica a disaggregarsi in una infinità di rivoli. La crisi dei grandi gruppi sociali è conflagrata nella ribalta del singolo – nella veste di soggetto psichico, di personaggio politico, di leader carismatico – intorno a cui è stata edificata l’intera infrastruttura volta alla soddisfazione di quei desideri di riconoscimento e di appagamento personale, di successo e di prestigio. Dal piano micro-sociale a quello macro-politico, questa onda ha travolto ogni argine. La potenza debordante dei meccanismi del consumo di massa ha invaso ogni sfera della società.
Da questo punto di vista, Internet ha contribuito a integrare pienamente gli individui nel mercato dei beni di consumo, facilitando l’incontro fra gusti dei consumatori e produzione di ogni genere di beni e servizi. La sfera economica è stata percepita come effettivo contesto di emancipazione delle società, uno spazio in cui le libertà individuali avrebbero raggiunto la totale soddisfazione.
Perdipiù, in un mondo interconnesso tramite le reti di Internet e quelle del commercio internazionale, il mercato avrebbe assicurato il compimento di un processo di omologazione degli stili di vita, dei desideri, delle mode, delle mentalità, livellando le differenze e rendendo indistinte e quasi irrilevanti origini e tradizioni territoriali. L’immagine di una globalizzazione come spazio liscio e uniforme ha dominato lo scenario collettivo degli ultimi venticinque anni. Sul piano sociale, per un verso ciò ha comportato l’innesco di un processo di sradicamento irreversibile; per altro verso, ha generato forme di resistenza identitaria e allo stesso tempo dinamiche di esclusione.
Le conseguenze in campo politico
Le conseguenze si sono prodotte anche in campo politico. Il declino delle famiglie ideologico-partitiche del Novecento, sancito dalla caduta del Muro e dalle trasformazioni dello scenario internazionale, ha inaugurato un’epoca di grande mobilità politica ed elettorale. Dai partiti di massa, ai partiti personali, il passaggio è stato contraddistinto dalla fine delle appartenenze e dall’avvio di una fase di particolare fluidità degli elettorati.
Secondo Christopher Lasch – uno dei maggiori storici delle idee del Novecento – la logica del consumo ha preso il sopravvento non soltanto nella sfera economico-sociale, ma si è diffusa anche nel contesto politico, con almeno due esiti: il primo, di carattere sistematico, è stato quello di ridurre l’ambito politico e di costruzione del consenso alla stregua di un mercato elettorale; il secondo, più incentrato sugli aspetti comunicativi, ha innalzato l’opinione corrente a parametro di misura e di valutazione delle decisioni politiche e dell’andamento dei governi. Se da un lato, i moderni mezzi di comunicazione di massa hanno avuto un effetto democratizzante sulle società, dall’altro lato la tecnologia ha favorito lo sviluppo tecniche di controllo e di manipolazione efficaci nell’orientare e nel formare l’opinione pubblica. I sondaggi, da questo punto di vista, possono essere considerati come un plastico esempio di strumenti di condizionamento dei processi elettorali.
Queste trasformazioni hanno dato vita a reti tecnologiche capillari, con caratteristiche e proiezioni globali. Soprattutto, il piano della comunicazione ha assunto una centralità determinante nell’esercizio del potere da parte dei leader politici, in un rapporto di reciproco condizionamento con i propri elettorati. Inoltre, in un contesto internazionale intensamente mediatizzato, la comunicazione verbale, scritta o riprodotta tramite un uso peculiare delle immagini, è divenuta strumento strategico di influenza delle opinioni e delle emozioni collettive.
Il recente caso della diatriba innescata dalle dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, rivolte alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, è a tal proposito emblematico. Immagini, posture, atteggiamenti e dichiarazioni, riprodotte tramite la potenza comunicativa dei mezzi tecnologici e delle piattaforme social, hanno finito per avere un peso significativo, quasi al pari dell’importanza del vertice e del contesto politico internazionale in cui queste sono state formulate, cioè in occasione del G7 che ha riunito i capi di governo di alcune delle maggiori potenze economiche globali.
A tal proposito, al di là delle questioni personali riguardanti i singoli leader politici, potrebbe essere molto utile analizzare questo episodio attraverso una duplice chiave di lettura. Intanto, appare quantomai evidente la capacità performativa delle parole; tramite queste, non soltanto si costruisce il discorso del potere, ma si dà forma vera e propria alla realtà. Le parole, lanciate come pietre in uno stagno, agitano le acque con cerchi concentrici, diffondono le proprie onde cortocircuitando il sistema comunicativo e mediatico. In secondo luogo, un certo modo di utilizzo del linguaggio, la proliferazione di dichiarazioni a effetto, clamorose e sorprendenti, è divenuto oramai strumento di governo e di manipolazione delle opinioni.
L’obiettivo di un uso smodato della comunicazione, da parte di un leader come Trump, potrebbe essere quello di mantenere costante il livello di polarizzazione dell’elettorato interno, influenzando parimenti l’opinione pubblica mondiale (o almeno quella dell’Occidente democratico), come se fosse la proiezione esterna della società americana. È indiscutibile che tale modus operandi non appartiene soltanto a un leader politico, piuttosto sembra trasversalmente accettato e praticato, anche se con gradi diversi di intensità.
Riprendendo Lasch, in una sua serrata critica “Contro la cultura di massa”, vale la pena ribadire un tema: la politica, divenuta mercato elettorale finalizzato al consumo di contenuti, in cui le idee sono state ridotte a merci, allo stesso tempo si è auto-confinata in un circuito mediatico-spettacolare in cui l’avvicendarsi di dichiarazioni e frasi a effetto ha svolto il ruolo di copione, recitato da parti(ti) intercambiabili. Così, la scelta deliberata delle parole si è rivelata talvolta infelice, oppressiva, violenta; parole da scagliare contro l’avversario politico o – peggio ancora – contro un proprio alleato, o un partner commerciale.
Parole concepite per demolire, piuttosto che per edificare un confronto e un dialogo. Parole moltiplicate da una pressoché infinita capacità di calcolo, messe una a fianco all’altra dal computo statistico degli algoritmi, con la nuova frontiera delle intelligenze artificiali. Parole vuote di senso, a innalzare una nuova torre di Babele, così come dall’incipit della “Magnifica humanitas” di Papa Leone XIV.
Parole lanciate come pietre, che lasciano dietro soltanto il fragore di un vetro rotto.
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