C’è un video, diventato uno dei simboli più discussi della campagna elettorale in corso, in cui il generale Roberto Vannacci compare vestito da imperatore romano, in un’arena, mentre nega la grazia a versioni sintetiche di Elly Schlein e Giuseppe Conte. È generato con l’intelligenza artificiale, dichiaratamente, senza alcun tentativo di spacciarlo per reale. Conte lo ha definito una minaccia di morte. Vannacci lo ha rivendicato come provocazione satirica. Ed è proprio in questa ambiguità, tra spettacolo e intimidazione, che si annida un problema che il dibattito pubblico italiano non ha ancora affrontato con la lucidità necessaria.
Negli ultimi due anni l’Italia si è dotata di un impianto di regole tra i più avanzati d’Europa contro l’uso improprio dell’intelligenza artificiale in politica. Dal 2025 l’articolo 612-quater del codice penale punisce la diffusione illecita di contenuti generati o manipolati con l’IA senza il consenso della persona ritratta. È in corso l’iter di una proposta legislativa che punta a vietare esplicitamente, durante le campagne elettorali, la creazione e diffusione di video, immagini o audio manipolati con finalità di inganno dell’elettore, affidando all’Agcom poteri di vigilanza, rimozione rapida dei contenuti e sanzioni economiche alle piattaforme inadempienti. E la quasi totalità dei partiti rappresentati in Parlamento, da Fratelli d’Italia al Movimento 5 Stelle, da Forza Italia al Partito Democratico, ha sottoscritto un patto promosso da Pagella Politica e Facta per non utilizzare deepfake contro gli avversari politici. L’unica eccezione è la Lega di Matteo Salvini, che ha rifiutato di firmare pur dichiarando di non avere intenzione di ricorrervi.
È un impianto costruito, giustamente, attorno a un concetto preciso: l’inganno. Il rischio che la legge intende scongiurare è quello del contenuto che finge di essere reale, che mette in bocca a un avversario parole mai pronunciate facendole passare per autentiche. È lo schema del precedente americano più citato in questi mesi, quello del comitato repubblicano che ha diffuso un video sintetico di un candidato al Senato mentre legge, con voce e volto ricostruiti dall’IA, frasi tratte da suoi vecchi post sui social: nessuno, guardandolo, avrebbe dovuto capire che si trattava di un falso, se non fosse per una dicitura “AI generated” scritta in caratteri minuscoli e quasi illeggibili.
Il video di Vannacci è un caso diverso, e proprio per questo più difficile da inquadrare. Non c’è alcun tentativo di far credere che sia reale: l’estetica è volutamente artificiale, teatrale, iperbolica. Nessuno scambia quella scena per un fatto accaduto. Eppure il contenuto produce un effetto che la categoria dell’inganno non riesce a catturare: la rappresentazione, esplicita e visivamente potente, della condanna a morte di avversari politici reali, con nome e volto riconoscibili. Non è disinformazione nel senso tecnico del termine. È qualcosa che assomiglia più a un’arma retorica di intimidazione, resa possibile proprio dalla capacità dell’intelligenza artificiale di produrre immagini di alta qualità a costo pressoché nullo, e di renderle virali in poche ore.
È qui che si apre il vuoto normativo. Le leggi scritte finora, in Italia come altrove, rispondono al problema di ieri: il falso che finge di essere vero. Ma la frontiera che la campagna elettorale in corso sta mostrando con chiarezza è un’altra: il contenuto dichiaratamente sintetico, che non inganna nessuno sulla propria natura artificiale, ma che usa proprio quella natura, l’iperrealismo teatrale reso possibile dall’IA generativa, per veicolare messaggi di violenza simbolica verso persone reali. Un impianto normativo costruito sul principio dell’inganno dell’elettore non ha gli strumenti per intervenire su un contenuto che nessuno considera vero, e che proprio per questo può rivendicarsi come satira, come provocazione, come libera espressione artistica.
Il precedente della fotografia modificata di un agente di polizia ferito durante gli scontri di Torino, diffusa direttamente dagli uffici stampa istituzionali e poi corretta dai siti di fact-checking, ha mostrato un altro fronte dello stesso problema: la manipolazione algoritmica può insinuarsi anche nella comunicazione istituzionale, non solo in quella militante, spesso senza un’intenzione ingannevole dichiarata ma con un effetto distorsivo identico. In entrambi i casi, quello del video di Vannacci e quello della foto di Torino, la domanda che la politica italiana dovrebbe porsi non è se l’intelligenza artificiale vada vietata in campagna elettorale, ma quali categorie giuridiche siano davvero adeguate a distinguere satira, propaganda aggressiva e disinformazione vera e propria.
Non è un esercizio astratto. Il confine tra provocazione politica e incitamento, tra libertà di satira e intimidazione simbolica, esisteva prima dell’intelligenza artificiale generativa, ma restava affidato a strumenti espressivi con un costo di produzione alto e un impatto visivo limitato: una vignetta, un fotomontaggio artigianale, una battuta in un comizio. L’IA abbassa quel costo a zero e alza contemporaneamente la qualità visiva a livelli cinematografici, rendendo il contenuto capace di produrre un impatto emotivo molto più forte, indipendentemente dal fatto che chi lo guarda sappia che è falso. È un salto di scala, non solo di tecnica, che nessuna delle leggi pensate per contrastare l’inganno elettorale riesce a intercettare.
Vale la pena chiedersi, a questo punto, perché il legislatore non abbia previsto questa possibilità. La risposta più semplice è che il diritto elettorale italiano affonda le proprie radici in una legge del 1956, pensata per un ecosistema mediatico fatto di manifesti, comizi e volantini, e aggiornata nel tempo per rincorrere radio, televisione, internet, senza mai davvero anticipare la tecnologia successiva. Ogni riforma è arrivata dopo il problema che intendeva risolvere, mai prima. Con l’intelligenza artificiale generativa questo ritardo strutturale rischia di diventare permanente, perché la capacità di produrre contenuti nuovi, sempre diversi dal precedente che ha già ispirato una norma, cresce più velocemente della capacità del Parlamento di legiferare.
C’è poi un secondo livello del problema, più politico che giuridico. Il fatto che la Lega sia rimasta l’unico grande partito a non sottoscrivere il patto anti-deepfake, pur dichiarandosi contraria al loro utilizzo, segnala quanto la materia resti ostaggio di calcoli tattici più che di una convinzione condivisa sulla necessità di regole comuni. In un sistema politico dove la produzione di contenuti sintetici a fini di propaganda è ormai alla portata di qualsiasi comitato elettorale locale, l’assenza di un consenso trasversale reale, al di là delle firme apposte su un documento volontario, lascia il campo aperto a chiunque sia disposto a testare, caso per caso, quanto lontano si possa spingere la provocazione prima che scatti una reazione istituzionale.
La sfida che la campagna elettorale in corso sta ponendo alla politica italiana, allora, non riguarda soltanto la capacità di scrivere buone leggi contro la disinformazione. Riguarda la capacità di riconoscere che l’intelligenza artificiale generativa ha creato una zona grigia nuova, quella del contenuto dichiaratamente falso ma emotivamente critico, che le categorie tradizionali del diritto elettorale e della responsabilità penale non erano state pensate per governare. Finché il dibattito pubblico resterà concentrato solo sul rischio dell’inganno, il rischio più insidioso, quello della violenza simbolica veicolata da immagini che nessuno scambia per vere ma che producono comunque un danno reale, continuerà a muoversi indisturbato ai margini della legge. Ed è un margine che, con l’avvicinarsi del voto, è destinato ad allargarsi ulteriormente, perché ogni nuovo caso limite finirà per abbassare la soglia di tolleranza collettiva verso il successivo, in una escalation che nessuna delle regole finora scritte è in grado di arrestare.
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Ilaria Donatio
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