Caso Almasri, Nordio smentisce la sua stessa linea e dopo la sentenza della Consulta invia in procura le carte per l’arresto del generale libico



«Non posso essere un passacarte», aveva detto Carlo Nordio per difendere la scelta di non trasmettere alla magistratura italiana la richiesta di arresto di Osama Almasri. Un anno e mezzo dopo, il ministro della Giustizia ha compiuto proprio quell’atto che per mesi aveva escluso: ha inviato alla Procura generale di Roma il fascicolo arrivato dalla Corte penale internazionale.

La decisione non cambierà il destino immediato del generale libico. L’Italia lo ha già rimpatriato con un volo di Stato, Almasri è tornato in Libia e resta libero. Sul piano politico e istituzionale, però, il gesto pesa moltissimo, perché smentisce la linea sostenuta dal Guardasigilli e dal governo fin dall’inizio del caso.

Nordio aveva rivendicato un potere discrezionale. Secondo la sua interpretazione, il ministro poteva valutare se inoltrare oppure no la richiesta proveniente dall’Aja. La Corte costituzionale ha demolito questa ricostruzione e ha stabilito che la trasmissione degli atti rappresentava un obbligo, non una scelta politica.

A quel punto il ministro si è trovato davanti a un bivio: insistere sulla propria posizione, entrando in contrasto aperto con la Consulta, oppure trasmettere il fascicolo e ammettere nei fatti che avrebbe dovuto farlo fin dal primo momento. Ha scelto la seconda strada.

La Consulta cancella la discrezionalità rivendicata da Nordio

La sentenza notificata al ministero di via Arenula chiarisce il punto decisivo dell’intera vicenda. Il Guardasigilli non poteva trattenere il fascicolo della Corte penale internazionale, valutarne l’opportunità politica o decidere se attivare la magistratura italiana. Doveva semplicemente inoltrarlo alla Procura generale competente.

La Corte costituzionale ha quindi escluso il margine di scelta sul quale Nordio aveva costruito la propria difesa pubblica. La richiesta dell’Aja non apriva una fase di valutazione politica, ma imponeva un passaggio formale necessario affinché l’autorità giudiziaria italiana potesse esaminare il mandato di arresto.

Il ministro aveva invece sostenuto che il proprio ruolo non si riducesse a una trasmissione automatica. La formula del «passacarte» sintetizzava proprio questa impostazione: Nordio riteneva di poter intervenire nel procedimento e decidere se dare seguito agli atti della Corte penale internazionale.

La Consulta ha rovesciato quella lettura. Il ministro non possedeva alcun potere di blocco e non poteva sostituire una valutazione politica a quella dell’autorità giudiziaria.

L’invio tardivo diventa una smentita politica

La trasmissione effettuata mercoledì assume così il valore di una smentita. Se oggi Nordio inoltra le carte perché la Corte costituzionale considera quel passaggio obbligatorio, lo stesso obbligo esisteva quando il fascicolo arrivò al ministero.

Il ritardo non rappresenta quindi una semplice scelta procedurale ormai superata dagli eventi. Riguarda il cuore della gestione politica del caso Almasri e mette in discussione la giustificazione utilizzata dal governo per spiegare perché la richiesta dell’Aja non avesse seguito il proprio percorso.

Nordio non ha soltanto modificato una decisione. Ha abbandonato il principio con cui l’aveva difesa. Per mesi il governo ha sostenuto che il ministro potesse esaminare gli atti e decidere autonomamente. Ora gli stessi atti raggiungono la Procura generale perché la Consulta ha stabilito che quella discrezionalità non esisteva.

Sul piano pratico, l’invio arriva troppo tardi. Almasri non si trova più in Italia e il generale libico, accusato dalla Corte penale internazionale di crimini gravissimi, non rischia oggi l’arresto da parte delle autorità italiane. Sul piano istituzionale, invece, il documento trasmesso certifica che il fascicolo avrebbe dovuto lasciare immediatamente il ministero.

Il rimpatrio in Libia e lo scontro con la Corte dell’Aja

La vicenda aveva già aperto un duro confronto internazionale. Dopo il fermo in Italia, Almasri venne liberato e riportato in Libia a bordo di un volo di Stato. La mancata esecuzione del mandato aveva spinto la Corte penale internazionale a contestare all’Italia il mancato rispetto degli obblighi di cooperazione previsti dallo Statuto di Roma.

Il governo aveva attribuito l’esito del caso a irregolarità procedurali e alla mancata trasmissione tempestiva degli atti. La scelta del ministero, però, aveva impedito alla Procura generale di valutare subito la richiesta di arresto.

La sentenza costituzionale incide proprio su questo passaggio. Il potere esecutivo non poteva fermare il procedimento prima ancora che l’autorità giudiziaria esaminasse il fascicolo.

L’Italia aveva assunto precisi obblighi nei confronti della Corte dell’Aja. La cooperazione non dipendeva dalla convenienza politica del momento né dai rapporti tra Roma e Tripoli. Imponeva invece il rispetto di procedure definite, a partire dalla trasmissione immediata della richiesta.

Il mancato invio ha prodotto conseguenze che oggi non possono più essere cancellate. Almasri ha lasciato il territorio italiano e il successivo inoltro del fascicolo non consente di tornare indietro.

Il governo evita lo scontro con la Corte costituzionale

Dopo la sentenza, Nordio non disponeva di molte alternative. Avrebbe potuto continuare a difendere la propria interpretazione e rifiutare ancora la trasmissione, ma avrebbe aperto un conflitto diretto con la Corte costituzionale. Ha quindi scelto di adeguarsi, accettando il costo politico della retromarcia.

La decisione evita un nuovo scontro istituzionale, ma riapre tutte le domande sulla gestione originaria del caso. Perché il fascicolo rimase al ministero? Su quali basi giuridiche Nordio sostenne di poterlo valutare? Chi decise di non inoltrarlo immediatamente? E quale rapporto esiste tra quella scelta e il rimpatrio del generale libico? La trasmissione tardiva non offre ancora una risposta a questi interrogativi. Conferma però che il ministro non poteva esercitare il potere che aveva rivendicato.

Un anno e mezzo perso e una linea ormai crollata

Il caso Almasri torna così a colpire il ministro della Giustizia. Dopo mesi di polemiche, scontri parlamentari e tensioni con la magistratura internazionale, la sentenza della Consulta priva Nordio del principale argomento utilizzato per difendere il proprio comportamento.

Il generale libico resta libero. La richiesta di arresto arriva alla Procura generale quando non può più produrre gli effetti che avrebbe potuto determinare al momento del fermo. Il governo evita soltanto di aggravare ulteriormente il contrasto con le istituzioni.

Resta però il dato politico: Nordio aveva spiegato che non poteva limitarsi a passare le carte. La Corte costituzionale ha stabilito che doveva farlo. E il ministro, alla fine, ha eseguito. Con un anno e mezzo di ritardo e quando ormai il caso aveva già prodotto tutte le sue conseguenze.


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Luca Arnau

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