Cominciamo da un fatto che nessuna teoria riesce a rendere normale. L’Europa ha più risparmio privato di quanto ne abbia mai avuto nella sua storia, ha tassi d’interesse che per un decennio sono stati vicini allo zero, ha imprese liquide, banche patrimonializzate, famiglie che accumulano. E cresce meno di quasi ogni altra area del pianeta. Il denaro c’è. La ragione per muoverlo, no. Nel 1938, davanti all’American Economic Association, l’economista di Harvard Alvin Hansen pronunciò un discorso che sarebbe rimasto incompreso per settant’anni. Lo intitolò, con un tempismo che oggi fa impressione, Economic Progress and Declining Population Growth. La sua tesi era semplice e sgradevole: la crescita economica del capitalismo moderno era stata alimentata da tre motori — la crescita demografica, l’apertura di nuovi territori, l’innovazione tecnologica radicale — e quando questi motori si fossero spenti insieme, il sistema non sarebbe caduto in recessione. Sarebbe caduto in qualcosa di peggio: un equilibrio permanente a bassa crescita, in cui il risparmio disponibile eccede stabilmente la domanda di investimento. Hansen lo chiamò secular stagnation. Stagnazione secolare. Non una crisi, ma una condizione.
La storia sembrò smentirlo. Arrivarono il baby boom, la ricostruzione, il miracolo economico. Hansen finì nelle note a piè di pagina. Poi, nel novembre del 2013, a una conferenza del Fondo Monetario Internazionale, Lawrence Summers ha riaperto il fascicolo. La sua osservazione era questa: negli anni precedenti alla crisi del 2008, l’economia americana aveva avuto una bolla immobiliare colossale, una politica monetaria accomodante e un boom del credito — e ciò nonostante non aveva prodotto né surriscaldamento (quando la domanda di beni e servizi cresce molto più velocemente della capacità reale del sistema di produrli) né inflazione. Serviva una bolla per raggiungere la piena occupazione. Questo, sosteneva Summers, è la firma di un’economia in cui il tasso d’interesse naturale — il tasso che eguaglia risparmio e investimento a pieno impiego — è sceso sotto zero. E se il tasso naturale è negativo, la banca centrale non può raggiungerlo, perché il sistema bancario smetterebbe di funzionare. Il denaro resta fermo per costruzione, non per errore.
Qui la teoria diventa geografia. Perché il tasso naturale non è un numero astratto: è il prodotto di quante persone ci sono, di quanti anni hanno, e di che cosa si aspettano dai prossimi venti. L’età mediana dell’Unione Europea ha superato i quarantaquattro anni. Quella italiana sfiora i quarantanove. Quella dell’Africa subsahariana è diciannove. Non sono statistiche demografiche: sono funzioni di reazione economica. Una popolazione di venticinque anni contrae debiti, compra case, cambia lavoro, avvia imprese, scommette. Una popolazione di cinquanta accumula, protegge, assicura, evita. Entrambe si comportano razionalmente. Ma la seconda produce una domanda di attività sicure che nessun sistema finanziario riesce a soddisfare, e una domanda di investimento produttivo che nessuna politica monetaria riesce a stimolare. È il punto che Ronald Inglehart aveva anticipato dal lato culturale, parlando di post-materialismo: quando i bisogni primari sono soddisfatti in modo stabile, le società spostano l’attenzione dalla crescita alla difesa dell’esistente. Inglehart lo raccontava come un progresso, e in larga parte lo è. Ma un sistema che ha molto da difendere e poco da conquistare ha, per definizione, un profilo di rischio conservativo. E la crescita economica è, in ultima analisi, il residuo aggregato di milioni di decisioni di rischio.
Da qui discendono tre conseguenze che l’Europa vive quotidianamente senza sempre riconoscerle. La prima è che la politica monetaria ha perso potenza. Se il problema è la mancanza di domanda di capitale, abbassare il prezzo del capitale serve a poco. È l’equivalente macroeconomico di abbassare il prezzo dei biglietti per un film che nessuno vuole vedere. La seconda è che il risparmio europeo finanzia il resto del mondo. L’eccesso di risparmio interno esce, e trova rendimento dove il capitale è scarso e la demografia è giovane. Gli europei sono, collettivamente, i principali creditori del pianeta. Il che significa che finanziano la crescita altrui e la contabilizzano come prudenza propria. La terza, la più seria, è che l’invecchiamento agisce anche sul lato dell’offerta politica. Una società anziana ha un elettorato mediano anziano, e un elettorato mediano anziano ha un orizzonte temporale corto. Le riforme che pagano tra quindici anni non trovano maggioranza. Le riforme che proteggono oggi ne trovano sempre. Non è un difetto morale: è aritmetica elettorale applicata a una piramide rovesciata. Vale la pena fermarsi un momento su una obiezione ovvia, perché è quella che si sente più spesso. Se il risparmio è in eccesso e i tassi sono bassi, perché lo Stato non prende quel denaro e lo investe al posto dei privati? È l’argomento keynesiano classico, ed è corretto nella misura in cui esiste un problema di domanda aggregata. Ma la stagnazione secolare non è un problema di domanda aggregata: è un problema di domanda di capitale. La spesa pubblica sostiene il reddito nel breve periodo, e in questo senso funziona. Ciò che non fa, se non è indirizzata, è modificare le aspettative di rendimento che determinano l’investimento privato. Il PNRR italiano lo dimostra: centinaia di miliardi mobilitati, e un tasso di investimento privato che continua a non ripartire con la forza che ci si attenderebbe. Il denaro pubblico può accendere il motore. Non può decidere la direzione della macchina.
C’è poi un dato che gli europei tendono a rimuovere. L’eccesso di risparmio non è solo una questione di età: è una questione di assicurazione. Una società che percepisce il proprio futuro come incerto — pensioni che potrebbero non esserci, sanità che potrebbe non bastare, figli che potrebbero non trovare lavoro — accumula per precauzione. È il risparmio precauzionale, quello che gli economisti misurano da decenni e che in Italia raggiunge livelli tra i più alti del mondo avanzato. La beffa è che questo risparmio, proprio perché precauzionale, resta in forma liquida: conti correnti, depositi, titoli a breve. Non finanzia nulla. È denaro che protegge dal futuro invece di costruirlo. E ogni euro parcheggiato per paura del domani rende il domani leggermente peggiore, in un circolo che si autoalimenta. Robert Gordon ha aggiunto l’ultimo mattone, e non è consolante. Nel suo lavoro sull’innovazione, Gordon sostiene che le grandi trasformazioni che hanno prodotto la crescita del Novecento — elettricità, motore a combustione, chimica, sanità pubblica, acqua corrente — erano innovazioni una tantum: non si possono ripetere. La rivoluzione digitale, per quanto spettacolare, ha finora prodotto guadagni di produttività aggregata modesti se confrontati con quel periodo. Se Gordon ha ragione, il terzo motore di Hansen è più debole di quanto ammettiamo.
Riassumiamo la lezione. La stagnazione secolare non è un incidente. È l’esito coerente di un sistema che ha risolto i propri problemi. Le economie europee non sono in crisi: sono in equilibrio. Ed è esattamente questo il punto. Una recessione è un evento e finisce. Un equilibrio a bassa crescita è una condizione e dura, perché è stabile, cioè perché tutti gli attori — famiglie, imprese, governi, elettori — trovano razionale restarci. Da questa condizione non si esce con uno stimolo. Si esce solo cambiando le due variabili che la determinano: la demografia e le aspettative. Sulla prima l’Europa ha strumenti limitati e tempi lunghissimi. Sulla seconda ha strumenti immediati e non li usa: un’aspettativa è una costruzione politica, non un dato di natura. Il capitale si muove quando sa dove sta andando il Paese in cui si trova, e non si muove quando non lo sa. Le tre puntate che seguono raccontano tre luoghi del mondo in cui il tempo economico funziona in modo opposto. In Africa il tempo è compresso: c’è tutto da fare e poco per farlo, e il capitale non arriva. In Medio Oriente il tempo è stato comprato: la rendita petrolifera finanzia la propria stessa sostituzione, entro una scadenza nota. In Italia il tempo c’è, è abbondante, ed è l’unica cosa che continuiamo a sprecare. L’Europa è ricca e prudente. Il problema non è che sia prudente. È che non si è ancora accorta che la prudenza, oltre una certa soglia, è la forma più costosa di rischio che esista.
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Alberto Bertini
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