Criminalità giovanile: cosa dicono i dati, oltre l’allarmismo mediatico


La devianza e la criminalità giovanile sono fenomeni spesso raccontati attraverso etichette semplificate, come quella di “baby gang”, che rischiano di appiattire una realtà ben più complessa e stratificata. Ne abbiamo parlato con Giacinto Froggio, docente di Psicosociologia della devianza, Metodologia della ricerca pedagogica e Statistica descrittiva presso l’Università Pontificia Salesiana, che da anni studia questi temi. Con lui abbiamo ripercorso la differenza tra delinquenza e criminalità giovanile, come sono cambiati nel tempo i profili devianti e i reati, il rapporto (spesso frainteso) tra immigrazione e devianza, il ruolo dell’educatore e perché, di fronte a questi fenomeni, non possano esistere soluzioni semplici o immediate.

Professor Froggio, lei insegna Psicosociologia della devianza, Metodologia della ricerca pedagogica e Statistica descrittiva. Le chiederei subito se può aiutarci a comprendere quale differenza c’è tra “delinquenza” giovanile e “criminalità” giovanile.

Anche se possono avere una continuità, se li affrontiamo in maniera più parcellizzata, più specifica, ci troviamo ad avere a che fare con due fenomeni che in qualche misura sono diversi. Quando si parla di delinquenza giovanile, il riferimento ‒ in tutti i contesti, sia nazionali che internazionali ‒ è a reati minori (per esempio, comportamenti antisociali, illeciti, piccolo spaccio e altro). Inoltre, la delinquenza giovanile, di per sé, non ha necessariamente una continuità e una stabilità nel tempo. In linea generale, le ricerche ci dicono che l’esperienza delinquenziale fra i giovani ha una durata variabile, fra uno e due anni, sempre che non incidano altri fattori. Per esempio, alcuni elementi determinanti nello scivolamento verso forme delinquenziali più stabili sono, paradossalmente, il primo arresto, la detenzione, il processo, magari una condanna. Eventi che intervengono non a prevenire o contenere ma, al contrario, come fattori che rendono più difficile la fuoriuscita da un percorso deviante. L’esperienza del carcere, della detenzione, il contatto con il mondo giudiziario ha spesso un impatto deleterio, specie sui ragazzi. Così come non sono da dimenticare altre variabili individuali: per esempio, la personalità del soggetto, le sue cognizioni criminogene (la psicologia cognitivista a tal riguardo parla di belief delinquenziali), l’inserimento in gruppi di pari che rinforzano i comportamenti devianti, il quartiere nel quale egli vive, la famiglia, la scuola e molte altre. Se non si verificano talune condizioni di svantaggio connesse con queste variabili, la continuità e la stabilità nei comportamenti devianti e delinquenziali hanno una durata limitata. Basti pensare che le ricerche internazionali (e non è una novità recente) ci indicano che la percentuale di ragazzi che scivolano in un comportamento delinquenziale continuativo, in una specie di “carriera delinquenziale”, oscilla fra il 20% e il 25% fra tutti coloro che compiono reati. Il che ribadisce quanto ho detto prima: la maggior parte dei ragazzi coinvolti in comportamenti delinquenziali lo fa per un tempo circoscritto.

Per quanto riguarda, invece, la criminalità giovanile va detto che, oltre a riguardare reati più severi, si caratterizza per il fatto che la continuità e la stabilità nel tempo vanno a incidere profondamente anche sul senso di sé, cioè sulla propria identità personale. Questo implica che le esperienze, l’ambiente, le amicizie si strutturano secondo una percezione del mondo che è criminale, in cui l’esperienza della criminalità diventa lo sfondo dell’autocomprensione. Non occorre poi sottovalutare l’età di ingresso nei percorsi delinquenziali. I cosiddetti “resistenti”, ossia i ragazzi che rischiano di intraprendere una carriera criminale, sono coloro che commettono i primi reati e manifestano comportamenti e atteggiamenti devianti prima dei cosiddetti “desistenti”. Questi ultimi sono ragazzi che si coinvolgono meno nelle attività criminali, lo fanno per periodi di tempo più brevi e di solito in un’età compresa tra i 15 e i 19/20 anni. Nel contesto italiano, le evoluzioni dei giovani in senso criminale si riscontrano, ad esempio, in ambienti in cui la criminalità si trasmette come stile di vita, cosa che accade soprattutto in alcune aree del Sud Italia. 

Dunque, si tratta di fenomeni distinti. Lei ha già accennato all’importanza del contesto, del soggetto che agisce e del comportamento stesso. Se torniamo un po’ indietro nel tempo, come si sono trasformati il profilo del giovane deviante e i reati stessi?

Se andiamo indietro nel tempo ‒ e mi riferisco agli anni Sessanta e Settanta ‒ a Roma, che è la città in cui vivo e conosco di più, i fenomeni delinquenziali e criminali giovanili erano legati soprattutto a contesti ben precisi, i cosiddetti “quartieri a vocazione criminale”, che si concentravano nelle zone più degradate della città. Oggi non so se sia possibile ricostruire una mappa dei fenomeni delinquenziali con la stessa chiarezza di allora. Anzi, può essere un azzardo provare a farlo, perché sappiamo bene che questi sono fenomeni in buona parte sommersi. Le mappe si costruiscono, quando si costruiscono, a partire da ammissioni, da resoconti di testimoni privilegiati, da dati della Polizia o dei Carabinieri, ma fino a che punto tali dati rappresentino la realtà effettiva, c’è da dubitarne. Detto ciò, i quartieri a vocazione delinquenziale esistono ancora, ma è possibile che non abbiano più, o abbiano di meno, quell’impatto determinante nella costruzione di carriere devianti, come potevano avere in passato.

Nel tempo, inoltre, si sono delineate nuove tipologie di reati. Oggi, per esempio, abbiamo comportamenti delinquenziali che si esprimono attraverso strumenti digitali, cosa impensabile in passato. Anche i reati legati alla droga (furti, spaccio) non sono più così evidenti e diffusi come negli anni Ottanta e Novanta. Ricordiamo, per esempio, il tossico di strada, quello che ‒ per usare un linguaggio in voga negli anni Ottanta ‒ si “sbatteva per raccattare la roba” e commetteva piccoli o grandi reati per poterlo fare. Oggi, questa figura è lentamente sbiadita e sono emerse tipologie diverse, facendo della droga – penso soprattutto alla cocaina ‒ una esperienza/necessità di massa. È cambiata, a mio parere, l’espressione stessa del comportamento deviante. Sono mutati molti elementi alla base della sua genesi: l’impatto della famiglia, della scuola, del gruppo dei pari è oggi molto diverso. E sono cambiati anche i ragazzi. Non è un caso che siano aumentati, ed è un dato purtroppo documentato, i ragazzi coinvolti in comportamenti delinquenziali che hanno patologie psichiatriche. I disturbi antisociali di personalità, almeno per quanto riportano le comunità terapeutiche e i gruppi di recupero, sono in aumento. Sono cambiati gli attori, i contesti sistemici e le tipologie di reato.

In netto contrasto con questa complessità, i media tendono a usare etichette forti e sintetiche. Penso al termine “baby gang”, molto presente nei titoli di stampa degli ultimi anni. Qual è il suo punto di vista sul tema?

Si tratta di un’espressione senza alcun fondamento. “Baby gang” è un’etichetta di carattere mediatico, una formula priva di ogni valore scientifico. Nel contesto internazionale difficilmente si parla di “baby gang”: si parla di gang, di gruppi devianti, di bande delinquenziali. Il termine “baby” presupporrebbe la presenza di bambini o infanti, ma in realtà ci riferiamo a gruppi di pari in cui, spesso, si trovano ragazzi di 15 anni insieme a ventunenni. Non c’è proprio nulla di “baby”. Tra l’altro, non è detto che in un gruppo di giovani siano tutti coinvolti nella devianza, è possibile trovare anche ragazzi convenzionali come pure prosociali. È una costruzione mediatica, quindi, che ha fatto presa sul linguaggio comune, ma che non aiuta a comprendere il fenomeno.

Sarebbe invece molto più utile soffermarsi sull’origine delle bande, sul loro significato all’interno dei percorsi individuali, sul ruolo che assumono nelle traiettorie di vita dei giovani. Questi aspetti meriterebbero magari più attenzione da parte della ricerca psicologica, sociologica e pedagogica. Studiare il significato, la funzione, il ruolo che questi gruppi hanno nella costruzione dell’identità personale sarebbe utile, anche in chiave preventiva e trattamentale. Dico trattamentale, e non terapeutica, perché, quando si parla di delinquenza giovanile, non si presuppone una patologia di carattere psichiatrico, anche se, come ho detto prima, ci sono alcuni giovani che si coinvolgono nella devianza che hanno problemi in tal senso, ma non ne conosciamo certo il numero.

Lei ha studiato in passato il problema delle risorse, spesso richiamato per giustificare il fallimento delle azioni preventive o di monitoraggio. È la loro entità il vero problema?

Quando ci avviciniamo a fenomeni come la devianza ‒ in particolare la devianza delinquenziale e anche la criminalità giovanile ‒ dobbiamo tenere a mente che si tratta di fenomeni complessi. Ciò significa che l’approccio non può essere riduzionista o settoriale. Serve un approccio esplicativo, capace di farci comprendere che cosa sono questi fenomeni, che ci aiuti a progettare e programmare interventi efficaci e, non da ultimo, di valutare i costi e i benefici economici delle azioni intraprese. Dunque, l’approccio deve essere sistemico e articolato. Quando parlo di “complessità” mi riferisco ai sistemi maggiormente coinvolti: la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari, il quartiere, l’individuo stesso. Sistemi inestricabilmente connessi tra loro, in un processo interattivo continuo, che produce, stabilizza, indirizza ‒ e può anche risolvere ‒ le dinamiche devianti. Un fenomeno come la devianza giovanile può essere affrontato se c’è una partecipazione congiunta di questi sistemi, se l’intervento si muove per fasi che vanno attentamente monitorate e valutate, oltrepassando le logiche finora dominanti: quella dell’emergenza e del “trattamento a mantenimento”, che vuol dire agire su un fenomeno senza porsi un progetto con mete e “sottomete”.

È per questo che negli ambienti anglosassoni sono state sviluppate, e con risultati incoraggianti, forme di trattamento complesse. Si tratta di interventi che non sono efficaci solo nel contenimento del fenomeno, ma comportano anche un notevole risparmio economico rispetto ad altri modelli. Un intervento ben progettato, monitorato, con una durata definita e che includa una valutazione dell’impatto, allora può portare anche ad un risparmio economico. In un mio libro di qualche anno fa ho provato, come si dice, a fare “i conti della serva”. Ricerche condotte da operatori statunitensi specializzati in interventi come quello di cui ho parlato, hanno verificato che, adottando questa metodologia, si potrebbe ridurre il periodo di detenzione di almeno 73 giorni per un soggetto. Se proviamo a quantificare questo risparmio in termini economici, in Italia, così come in altri paesi europei, il costo medio giornaliero di una detenzione si aggira intorno ai 152 euro per detenuto. Facendo un semplice calcolo, grazie a questa soluzione si potrebbero risparmiare circa 10.950 euro per ogni ragazzo. Si tratta di una cifra molto inferiore rispetto ai costi di un trattamento di mantenimento.

Un altro tema ricorrente nel discorso pubblico è il rapporto tra immigrazione e devianza. Cosa dicono i dati e, soprattutto, cosa ha imparato lei in tanti anni di studio e lavoro sul campo?

È interessante una ricerca, pubblicata recentemente, del professor Ernesto Savona. Nello studio, facilmente reperibile online, Savona analizza il fenomeno delle gang delinquenziali in Italia. Distingue quattro gruppi diversi di bande: solo uno di questi è composto prevalentemente da immigrati, e si tratta per lo più di immigrati di seconda generazione. Questo ci dice già molto: l’impatto dell’immigrazione, in termini quantitativi, sulla devianza giovanile è assai più contenuto di quanto comunemente si creda. C’è molto mito, molta narrazione ideologica, che spesso non tiene conto della realtà.

C’è poi un altro elemento che va considerato: l’esperienza migratoria è, di per sé, un evento altamente stressante. E qui c’è una letteratura scientifica ampia, anche a livello internazionale. Io stesso ho collaborato con il professor Agnew della Emory University in diverse ricerche su questo tema: il legame tra stress e comportamenti delinquenziali è ben documentato. La migrazione è uno di quegli eventi in cui lo stress può raggiungere livelli critici. Soprattutto nei giovani, può diventare un fattore di rischio, una miccia che ‒ se si somma ad altri elementi di rischio ‒ può contribuire all’insorgenza di comportamenti devianti, anche seri. Quindi, anche se il numero di migranti coinvolti in forme organizzate di devianza non è così elevato, occorrerebbe prestare molta attenzione a come si gestisce il fenomeno migratorio. Ecco perché io dico che “regolarizzare” non significa solo gestire numeri e documenti, ma anche umanizzare i percorsi di accoglienza. Ridurre lo stress permette di agire a monte di potenziali comportamenti a rischio. È una responsabilità, anche questa.

La mancata regolazione del fenomeno migratorio, se capisco bene, genera una responsabilità collettiva in quanto, esponendo chi migra a un sovraccarico emotivo e sociale, può, in molti casi, contribuire allo sviluppo di comportamenti devianti.

Esattamente. C’è un’associazione tra tratte migratorie, stress elevato e rischio deviante. È un’area che va gestita non solo in termini di controllo e sicurezza, ma anche con strumenti umani, di accompagnamento e tutela perché poi a rimetterci è l’intera collettività.

Si può parlare, in generale, di efficaci politiche di prevenzione rispetto alla criminalità giovanile? Oppure, ogni contesto è così specifico da richiedere un approccio sempre su misura?

Alcune convinzioni vanno ridimensionate. La prima è che sia sufficiente rispondere all’emergenza. Purtroppo, la politica funziona spesso in questo modo: scoppia (o alle volte si amplifica a regola d’arte) un’emergenza sulla sicurezza, e allora si interviene. Ma un approccio emergenziale non risolve nulla. Né dal punto di vista etico né da quello pratico. Serve progettare e pianificare intelligentemente gli interventi. E, soprattutto, bisogna abbandonare definitivamente l’illusione dell’intervento risolutivo. L’intervento magico, che sistema tutto con una sola azione, non esiste. Pensarlo è addirittura dannoso. La devianza giovanile, e in particolare quella organizzata, è un fenomeno complesso, dunque richiede risposte complesse. Non si può delegare alla sola famiglia, né alla sola scuola, né ad altri singoli attori: occorre una visione integrata, capace di costruire risposte articolate, coordinate. E questo, tra le altre cose, comporta un risparmio economico. Perché gli interventi frammentati, non coordinati, fanno perdere tempo e denaro e, peggio ancora, non risolvono nulla.

In questa logica sistemica e complessa, lei attribuisce un ruolo importante all’educatore.

Quando si pensa all’educatore, spesso lo si considera come colui, pieno di empatia e buona volontà, che instaura una relazione significativa con la persona. Questo rapporto è certamente importante, anzi necessario. Ma nell’ottica che propongo io, non è sufficiente. Non basta un buon rapporto personale per modificare certe traiettorie comportamentali. L’educatore oggi deve assumere un ruolo strategico: essere in grado di leggere la complessità, di orientarsi tra i sistemi – famiglia, scuola, gruppo dei pari, servizi – e di costruire percorsi educativi che sappiano orchestrare fra di loro tutti questi elementi. Uso spesso la metafora dell’orchestra. L’educatore non è uno strumento, potrebbe essere il direttore. Colui che coordina i diversi strumenti, ognuno con la sua specifica voce, affinché si produca una sinfonia. Perché se qualcuno pensa di risolvere tutto suonando soltanto la tromba, si sbaglia. E nei percorsi educativi, purtroppo, capita spesso che si proceda a compartimenti stagni, ciascuno per conto suo. Così, alla fine, si torna sempre al punto di partenza, con tanta frustrazione.

Non abbiamo toccato il tema dei social network su cui, mi diceva prima che avviassimo questa intervista, manca della buona letteratura. Che messaggio lancia alla comunità scientifica?

Credo che meriti un’attenzione di studio particolare il ruolo dei gruppi di pari virtuali. La capacità che hanno di stabilizzare certi comportamenti, l’influenza che esercitano sulla costruzione dell’identità individuale. questo è un aspetto che, a mio avviso, non è stato ancora approfondito in modo soddisfacente nel nostro Paese. Esistono alcune ricerche prevalentemente internazionali, ma in Italia siamo ancora indietro. Questo riguarda anche il significato relazionale dei social e la delinquenza, non tanto rispetto ai reati delinquenziali classici ‒ dove il social ha un impatto secondario ‒ quanto per altri fenomeni come, per esempio, il cyberbullismo, le truffe online, il revenge porn, ma ho l’impressione che a questi si assommeranno altre nuove e diverse forme di devianza. Le piattaforme digitali stanno diventando sempre più rilevanti nella vita dei giovani. Con il lockdown abbiamo assistito in maniera evidente a come la Rete sia diventata il luogo di incontro per gli adolescenti, in tutti i sensi: sia in maniera convenzionale che deviante. Queste dinamiche andrebbero studiate seriamente, sottraendole alla retorica mediatica e alle credenze comuni. La delinquenza e la criminalità giovanile sono fenomeni cruciali e vanno riportati al centro dell’indagine scientifica.

Mi lasci dire una cosa che può essere amara, ma è importante: l’Italia ha dato i natali alla criminologia. Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria è un’opera che ha fondato la disciplina. Abbiamo avuto la Scuola Positiva e Lombroso che, contrariamente a quanto si dice, non era solo un biologista determinista, ma ha scritto pagine importanti anche sul piano sociologico. Poi, dalla fine degli anni Sessanta, siamo andati alla deriva. La nostra produzione scientifica in criminologia ha perso peso, rilevanza, penetrazione a livello internazionale. E non certo per mancanza di intelligenze. Abbiamo studiosi competenti lasciati spesso da soli. Io stesso, per fare ricerca, ho dovuto affrontare un percorso difficile carico di ostacoli, spesso anche rimettendoci di tasca mia. E questo, francamente, non è accettabile. Ritorniamo a occuparci seriamente di criminalità giovanile, di devianza, di sistemi educativi. Investiamo nelle competenze che già abbiamo. E cerchiamo, tutti insieme, di fare un passo avanti.

*Antonio Alizzi, giornalista, scrittore, ricercatore dell’Eurispes 


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Redazione

Source link