Il PNRR finisce, i borghi restano: ora comincia la parte più difficile della storia


Gli Stati Generali dei Borghi del PNRR Cultura, che si sono chiusi a Roma il 18 settembre, hanno consegnato un bilancio con tutti i target europei raggiunti e superati: circa un miliardo di euro di investimenti, 315 borghi coinvolti, 232 progetti di rigenerazione, 3.349 interventi completati a fronte dei 3.250 previsti e 2.657 iniziative imprenditoriali finanziate attraverso «Imprese Borghi».

Numeri che raccontano una misura arrivata al traguardo nei tempi previsti e che il Ministero della Cultura considera conclusa sul piano degli obiettivi europei. Ma i tre giorni di lavoro hanno posto soprattutto una domanda che quei numeri, da soli, non possono risolvere: che cosa deve restare nei borghi dopo il 2026, perché gli investimenti continuino a produrre effetti e diventino parte ordinaria delle politiche territoriali?

È una domanda che cambia il punto di osservazione, considerato che un conto è realizzare opere, finanziare attività, recuperare immobili, attivare imprese; un altro è fare in modo che tutto questo continui a funzionare quando la stagione delle risorse straordinarie sarà terminata. Ed è proprio il passaggio dal progetto al sistema, indicato come uno dei quattro assi di lavoro degli Stati Generali, a rappresentare il punto più delicato: governance, gestione nel lungo periodo, competenze, servizi, comunità e capacità di tenere insieme ciò che il PNRR ha contribuito ad attivare.

Perché dietro ogni progetto ci sono amministrazioni, non luoghi dell’anima, ma Comuni, uffici, procedure, gare, cronoprogrammi, rendicontazioni, rapporti con imprese e soggetti del territorio. Strutture che nei piccoli centri hanno spesso dimensioni ridotte e che sono state chiamate a sostenere programmi di una complessità inedita. Lo stesso Ministero, nel percorso di avvicinamento agli Stati Generali, ha messo nero su bianco l’esistenza di «profonde disparità» tra i Comuni nella risposta alla sfida tecnico-amministrativa: alcuni Comuni hanno rafforzato gli uffici, ripensato l’organizzazione interna e acquisito nuovi strumenti; altri si sono affidati quasi interamente a consulenti esterni. E la capacità di coordinare processi, sperimentare soluzioni e costruire conoscenze e capitale sociale all’interno delle amministrazioni viene indicata come uno dei fattori destinati a fare la differenza.

È un tema che merita attenzione, dato che la capacità amministrativa può determinare quanto a lungo un investimento riesca a produrre effetti. Se le strutture più fragili devono ricorrere all’esterno per progettare, gestire e accompagnare ogni fase, il rischio è che una parte del know-how costruito durante il PNRR resti fuori dall’ente e che, con la fine del finanziamento, venga meno anche una parte dell’autonomia di governo. L’affidamento a professionisti e soggetti esterni può naturalmente essere necessario e, in molti casi, utile; diventa più problematico quando rappresenta l’unica soluzione disponibile, perché allora la questione non riguarda più soltanto la realizzazione di un intervento, ma la possibilità stessa per un Comune di governarne la continuità.

A questo punto lo spopolamento assume una dimensione qualitativa, oltre che quantitativa. Non riguarda soltanto quante persone vivono ancora in un paese, ma quali competenze rimangono, quali attività riescono a nascere, quali professionalità possono essere attratte, chi ha il tempo e gli strumenti per costruire relazioni, seguire un progetto, aprire un’impresa, animare uno spazio. Il rischio è che il divario di capacità amministrativa e organizzativa tra i Comuni finisca per sommarsi alle disparità già esistenti fra i territori, lasciando maggiori possibilità di consolidamento proprio ai Comuni che hanno organizzazione, reti e capitale umano più solidi.

L’Irpinia offre in questo senso un osservatorio concreto. In Campania la Linea B del Bando Borghi ha coinvolto 31 Comuni attraverso 22 progetti, per circa 59 milioni di euro complessivi; in provincia di Avellino i beneficiari diretti sono Montefusco, Chiusano di San Domenico, Nusco e Sant’Andrea di Conza. Ogni progetto, però, coinvolge anche altri Comuni oltre al capofila, come mostrano i due casi che seguono. Ma più che l’elenco dei finanziamenti, sono i progetti a mostrare la quantità di pezzi che oggi devono trovare una forma stabile.

Il programma 2 V.I.TE., che mette in rete Montefusco, Santa Paolina e Torrioni, vale 2,5 milioni di euro e nasce come strategia territoriale costruita intorno agli insediamenti storici, al paesaggio, alla viticoltura e alle tradizioni artigianali. Il progetto ha previsto formazione, attività culturali, valorizzazione del patrimonio, mobilità sostenibile e nuove forme di impresa, con l’idea di rafforzare nel tempo una collaborazione che andasse oltre il singolo intervento. Nel 2025 il percorso era già arrivato alla fase operativa, mentre nel gennaio 2026 il progetto ha ospitato a Montefusco Borghi Aperti , una giornata di confronto sulla rigenerazione culturale e sociale delle aree interne.

A Chiusano di San Domenico e Ospedaletto d’Alpinolo, invece, Borghi Ospitali vale 2,08 milioni di euro e costruisce attorno al Cammino di Guglielmo un sistema che comprende recupero di immobili, accessibilità, sentieri, servizi per la fruizione, iniziative culturali, comunicazione e sperimentazione di forme innovative di impresa, tra cui la cooperativa di comunità. Uno degli interventi principali è il Museo multimediale dedicato a San Guglielmo, realizzato nello storico Palazzo De Francesco a Chiusano. Ma qui c’è un dato che rende ancora più interessante la domanda sul dopo: il progetto ha generato 24 iniziative imprenditoriali finanziate attraverso «Imprese Borghi», per 1,85 milioni di euro di investimenti attivati e oltre 1,7 milioni di agevolazioni ammesse.

Qualche risultato concreto dunque c’è, motivo per cui la domanda sulla continuità si fa più stringente. Perché tenere insieme infrastrutture, attività culturali, imprese, servizi, amministrazioni e comunità richiede persone, competenze e forme organizzative che vadano oltre il singolo finanziamento. Se il progetto è stato pensato come una rete, la sua durata dipenderà anche dalla possibilità di mantenere attivi i legami che quella rete ha costruito.

È qui che il caso di Castel del Giudice diventa interessante, proprio perché difficilmente può essere assunto come una condizione ordinaria. Il Comune molisano ha costruito il proprio percorso di rigenerazione molto prima del PNRR, attraverso un sistema di relazioni che coinvolge amministrazione, università, ricerca, associazioni, progettisti e abitanti, e oggi sta cercando di dare una forma strutturale al dopo. Nel maggio scorso ha pubblicato gli avvisi per la costituzione di Enzima Fondazione di Partecipazione ETS, pensata come struttura stabile post-PNRR, e per l’affidamento in gestione del Forno di Comunità realizzato con le risorse del programma. La fondazione dovrebbe operare nella rigenerazione territoriale, nel turismo sostenibile, nella valorizzazione del patrimonio, nell’alloggio sociale, nella formazione e nella ricerca; il forno, invece, è stato concepito come spazio di socialità, memoria alimentare e identità territoriale.

La questione, allora, diventa anche un’altra: quanti piccoli Comuni hanno alle spalle legami, professionalità e soggetti in grado di accompagnare un passaggio simile? Quanti possono costruire una fondazione, trovare professionisti, individuare gestori, attrarre nuove attività e tenere insieme amministrazione e comunità una volta che il finanziamento straordinario si esaurisce? Castel del Giudice mostra una possibilità, ma proprio la sua storia rende evidente quanto sia specifica la condizione che l’ha resa possibile.

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E poi c’è Oscata, frazione di Bisaccia, dove il confronto assume una forma ancora diversa. Qui il forno di comunità non è nato dal PNRR: è un’antica infrastruttura recuperata e riattivata dall’associazione Oscata InVita, all’interno delle attività dell’Ecomuseo delle Cucine Rurali dell’Alta Irpinia. Le infornate collettive sono diventate occasione di incontro, trasmissione di saperi, valorizzazione delle produzioni locali e riappropriazione di una pratica comunitaria. È una storia che permette di guardare alla stessa parola, «infrastruttura», da un’altra prospettiva: a volte è l’edificio a generare una funzione, altre volte è una funzione già viva a restituire senso a un edificio.

Ed è proprio sulla rigenerazione a base culturale che si concentra una delle questioni più importanti del post-PNRR. La cultura può essere il punto di partenza di una strategia territoriale, ma per diventare una vocazione stabile deve riuscire a entrare nella vita economica e sociale di un luogo. Significa produzione e fruizione, formazione e ricerca, lavoro e impresa, attività artistiche e relazioni, servizi e possibilità di partecipazione. Significa persone capaci di produrre cultura e persone che possano fruirne, imprese che possano lavorarci, associazioni e istituzioni in grado di costruire connessioni, scuole e comunità coinvolte nei processi.

Il rischio, altrimenti, è che la rigenerazione culturale finisca per coincidere soprattutto con la disponibilità di nuovi spazi, edifici recuperati, musei, eventi e contenitori che necessitano di risorse continue per restare aperti e attivi. Il patrimonio è una parte fondamentale della storia di un territorio, ma da solo non basta a produrre una politica culturale. E gli stessi Stati Generali hanno dedicato il percorso preparatorio alle fondazioni e alle cooperative di comunità, alla residenzialità, alla cultura come nuova economia, alla formazione e alla governance partecipata: tutti temi che, in forme diverse, rinviano alla stessa questione sulla capacità di trasformare gli investimenti in risultati durevoli.

Il bilancio del PNRR, dunque, può essere chiuso con i target raggiunti. Quello dei borghi, invece, resta aperto. La verifica più difficile comincia adesso e riguarda una materia meno misurabile delle opere completate: la capacità di trattenere competenze, costruire relazioni, creare lavoro, sostenere imprese e comunità, trovare forme di gestione che non dipendano ogni volta da un nuovo finanziamento straordinario.

Il vero passaggio sarà capire se l’infrastruttura materiale e immateriale costruita in questi anni riuscirà a diventare parte ordinaria della vita dei territori, invece di rimanere legata alla stagione che l’ha finanziata.

Immagine in copertina: Castel del Giudice – La «Fanciulla del Borgo» di Franco Summa nel complesso di Borgotufi, uno degli interventi di rigenerazione che hanno accompagnato il percorso del Comune molisano




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