Chi paga l’energia italiana? | Gaiaitalia.com Notizie


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di Massimo Mastruzzo*


L’Italia ha un problema con l’energia. La paga cara quando la compra, mette in difficoltà le imprese che ne consumano di più e continua a dipendere fortemente dal gas. Quando la crisi produce extraprofitti si discute su chi debba tassarli. Quando si parla della soluzione, le rinnovabili, una parte enorme dei nuovi progetti guarda invece verso il Mezzogiorno.
Sono apparentemente problemi diversi. In realtà conducono tutti alla stessa domanda: chi paga l’energia italiana e chi ne raccoglie il valore?

Nel 2025 il prezzo medio di cessione dell’energia elettrica in Italia è stato di 115,32 euro per megawattora. Per le imprese il confronto europeo è ancora più pesante: secondo Confindustria, nel primo semestre del 2025 quelle italiane hanno pagato mediamente 278 euro per megawattora, contro 171 in Spagna, 183 in Francia e 216 nella media europea.
Pedro Sánchez ha utilizzato un’immagine ancora più impressionante: in un sabato dello scorso marzo il prezzo dell’elettricità in Spagna era sceso a 14 euro per megawattora mentre in Italia, Francia e Germania superava i 100. Era una singola giornata, non il prezzo medio spagnolo. Ma le medie confermano che il differenziale esiste e che per l’industria italiana rappresenta uno svantaggio competitivo.

Per un’impresa energivora non è un dettaglio contabile. Può essere la differenza tra investire o rinviare, produrre oppure ridurre l’attività. Le imprese energivore italiane sono circa 3.800 e operano in settori come vetro, ceramica, cemento, metallurgia, chimica, automotive, gomma, plastica e tessile. Basta guardare alla ceramica: 25.550 addetti diretti nel 2025 e circa 40.000 lavoratori considerando l’intera filiera. Gli investimenti sono diminuiti del 16% e pochi giorni fa il presidente di Confindustria Ceramica, parlando dell’ipotesi di gas a 80 euro per megawattora, ha sintetizzato così il rischio: “Questa è la ricetta per spegnere i forni”. Dietro una bolletta industriale ci sono fabbriche e posti di lavoro.
E mentre imprese e famiglie pagano il costo della crisi energetica, quella stessa crisi può produrre profitti straordinari per chi vende energia e combustibili.

Sugli extraprofitti occorre essere precisi. L’Europa intervenne durante la precedente crisi energetica e anche l’Italia adottò misure straordinarie. Oggi sei Paesi dell’Unione, Italia compresa, hanno chiesto di discutere una tassazione europea degli extraprofitti delle compagnie petrolifere. Bruxelles ha risposto che gli Stati membri possono già intervenire autonomamente. La questione, quindi, torna a Roma. Se famiglie e imprese sostengono il costo della crisi, è legittimo domandarsi quale contributo debba essere richiesto a chi dalla stessa crisi ricava profitti eccezionali. E soprattutto come evitare che alla prossima crisi internazionale ci ritroviamo ancora nello stesso punto. Qui entrano in gioco le rinnovabili.
L’Italia continua a essere fortemente esposta al gas mentre fotovoltaico ed eolico hanno compiuto progressi tecnologici enormi. E la geografia della possibile futura produzione racconta qualcosa che riguarda direttamente il Mezzogiorno.

Le richieste di connessione di nuovi impianti rinnovabili con soluzione tecnica accettata registrate da Terna alla fine del 2025 ammontavano a 37,5 gigawatt nel Nord. Nel Sud erano 139, ai quali se ne aggiungevano 74,4 in Sicilia e 47,5 in Sardegna: circa 261 gigawatt tra Mezzogiorno e Isole. Una richiesta di connessione non è un impianto realizzato e non significa che tutti quei progetti vedranno la luce. Ma la sproporzione dice molto sulla geografia della futura produzione rinnovabile italiana. Ed è qui che, per il Movimento Equità Territoriale, la transizione energetica diventa anche una questione territoriale.
Se il Sud produrrà una parte crescente dell’energia necessaria al Paese, dove verrà prodotto il valore di quell’energia?

Il rischio denunciato da tempo dal MET è che il Mezzogiorno diventi un grande hub energetico nazionale senza trasformare questa risorsa in un equivalente sviluppo industriale, occupazionale e tecnologico. Non basta guardare dove sorgono pale eoliche e pannelli fotovoltaici. Un impianto può produrre elettricità in Sicilia mentre proprietà, progettazione, componentistica, credito, assicurazioni e servizi sono localizzati altrove. Il caso di ERG Wind Sicilia 5 aiuta a capire il problema. La società possiede impianti eolici nei territori di Mineo e Militello in Val di Catania. Gli impianti sono siciliani, ma la società proprietaria ha sede legale a Genova e dichiara di non avere personale dipendente proprio, mentre diverse attività vengono svolte attraverso altre società del gruppo. Questo non significa che quei parchi non producano lavoro o benefici economici in Sicilia. Significa che produrre energia in un territorio non equivale automaticamente a produrvi tutto il reddito, il lavoro e le attività economiche che quell’energia mette in movimento.

Il luogo dove si produce l’energia e il luogo dove si produce il valore economico dell’energia non necessariamente coincidono. Non sarebbe una novità nella storia economica italiana.

Uno studio di SRM basato su elaborazioni Prometeia e dati del 2008 mostrava che per ogni 100 euro di investimenti fissi lordi realizzati nel Mezzogiorno, il 41,5% della produzione attivata ricadeva nel Centro-Nord e il 41,1% nello stesso Mezzogiorno. Quando l’investimento avveniva nel Centro-Nord, soltanto il 4,4% ricadeva invece nel Mezzogiorno. Sono dati del 2008 e non descrivono l’economia italiana di oggi. Ma descrivono un meccanismo che merita di essere ricordato: una parte consistente della domanda generata dagli investimenti meridionali risaliva la penisola attraverso macchinari, progettazione, servizi, forniture e filiere produttive. La domanda oggi è la stessa. Dove saranno costruiti i componenti degli impianti? Dove saranno localizzate progettazione e ricerca? Dove lavoreranno ingegneri e tecnici? Dove saranno gestiti finanziamenti e servizi? Quanto del valore generato da un investimento realizzato nel Mezzogiorno rimarrà nel territorio che quell’impianto ospita?

Anche la fiscalità segue percorsi diversi e non tutte le imposte vengono versate dove una società ha la propria sede legale. Ma conoscere quanti gigawatt vengono installati in una regione non basta a sapere quanta ricchezza quei gigawatt lasceranno sul territorio.

E poi c’è il conto che non compare nella bolletta elettrica.

Nel giugno scorso il presidente del Senato Ignazio La Russa, parlando del cambiamento climatico, disse che se in Europa arriverà un “clima caraibico” ci abitueremo, ricordando che ai Caraibi le persone convivono da tempo con quelle condizioni. Il problema non è soltanto se ci abitueremo. È quanto ci costerà. Adattarsi significa intervenire sulle città, sulle reti idriche, sull’agricoltura, sulle infrastrutture, sui luoghi di lavoro e sulla protezione dei territori dagli eventi estremi. Anche questo significa pagare. E quei costi non ricadono allo stesso modo su tutti i territori e su tutte le fasce sociali.
Fossili, caro energia, extraprofitti, industria, rinnovabili e Mezzogiorno non sono allora sei questioni differenti. Sono parti della stessa domanda: chi sostiene i costi della politica energetica italiana e chi ne riceve i benefici?

La transizione energetica può essere una straordinaria occasione per il Mezzogiorno. Ma soltanto a una condizione: che il Sud non metta a disposizione sole, vento, territorio e infrastrutture per poi acquistare altrove tecnologia, servizi e competenze e vedere il valore prodotto dirigersi verso altri territori. Non si tratta di opporsi alle rinnovabili. Esattamente il contrario. Si tratta di pretendere che insieme agli impianti arrivino industria, ricerca, occupazione qualificata e filiere produttive. Perché altrimenti rischiamo di costruire nel XXI secolo una transizione energetica tecnologicamente modernissima utilizzando una geografia economica antichissima.

Il Mezzogiorno può diventare l’hub energetico dell’Italia. La questione è se diventerà anche uno dei luoghi nei quali quella nuova ricchezza viene prodotta e rimane. È questa la transizione che il Movimento Equità Territoriale vuole mettere in discussione: non soltanto quanta energia produrremo e da quali fonti, ma chi sosterrà i costi, chi riceverà i benefici e quale parte del Paese avrà finalmente l’occasione di trasformare una propria risorsa in sviluppo.

*Direttivo nazionale MET
Movimento Equità Territoriale

 

 

(2 ottobre 2026)

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