«Avere una biblioteca che funzioni e un polo aggregativo dove dialogano persone di generazioni, classi sociali ed estrazioni culturali diverse oggi è un lusso».
Giovanni Corbo è sindaco di Besnate, dove è al terzo mandato dopo cinque anni da assessore. Il suo Comune, poco più di 5mila abitanti, ha ottenuto un milione di euro dalla Regione Lombardia per trasformare l’ex dormitorio delle operaie Bernocchi in una casa delle culture.
Il progetto ha ottenuto 79 punti e un milione di euro, il massimo del finanziamento. Che cosa avete fatto per arrivare a questo risultato?
«Abbiamo lavorato su un polo culturale con una valenza sovracomunale, che non fosse riconducibile soltanto alle attività del comune di besnate, ma attrattivo anche per i paesi vicini e per l’intera realtà provinciale. Credo sia stato il fattore decisivo, al di là della bontà della riqualificazione architettonica. Un progetto di utilizzo della struttura capace di coinvolgere un territorio più ampio è stato, secondo me, la carta vincente».
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Un comune di poco più di 5mila abitanti ha elaborato un progetto che guarda a un’area di quasi 50mila persone. Scorrendo la graduatoria, tra chi ha preso il milione ci sono Milano, Bergamo, Gallarate e Besnate.
«È un dato che ha colpito anche noi. Evidentemente si è percepita la qualità del progetto e, credo, l’aspetto valutato con più peso è stato proprio quello dell’uso che se ne farà. Non è soltanto una questione di muri, ma di che cosa accadrà dentro».
Che cosa diventerà l’ex opificio Bernocchi?
«Parto da un filo rosso che mi è sempre piaciuto. L’edificio, della fine dell’Ottocento, nacque come dormitorio per le operaie che venivano a lavorare nell’opificio. All’epoca per una donna era difficile andare in un albergo, quindi quella struttura ha sempre avuto in sé un significato di emancipazione: dava alle donne la possibilità di spostarsi, lavorare e reclamare una propria indipendenza. In una provincia che con Busto Arsizio, la Manchester italiana, era già leader nel manifatturiero, questo mi ha fatto pensare che si potesse sviluppare un progetto con un’ambizione più vasta di quella di soddisfare le esigenze culturali di un paese di 5mila abitanti».
Come si traduce questa idea negli spazi?
«Servono idee di gestione, ma anche spazi che si prestino a quella gestione. La biblioteca sarà divisa in una parte di “rumore” e una di silenzio, per consentire una fruibilità diversa. La parte rumorosa avrà un’area che può diventare auditorium: le scale che portano al primo piano sono state progettate come gradinate di un teatro, con dimensioni contenute ma adatte a spettacoli, compagnie e laboratori teatrali, anche a piccole esibizioni musicali. C’è poi una sala civica e ci sarà spazio per le associazioni che già avevano la loro sede, oltre ai corsi che richiamavano persone da tutto il territorio. Si crea un circuito virtuoso che non vale solo per Besnate, ma per una realtà molto più ampia».
Besnate ha ancora un cinema attivo, anche se parrocchiale, e un grande fermento culturale. Da dove nasce?
«Da diversi rivoli che hanno trovato ospitalità. Il cinema della parrocchia è una punta di eccellenza per l’offerta che riesce a proporre: abbiamo una convenzione e organizziamo insieme dei cineforum, oltre all’arena estiva. Siamo stati tra i primi Comuni ad associarci a Gallarate per Filosofarti e ospitiamo Teatro Blu. Dire che il fermento nasca dalle qualità dell’amministrazione sarebbe una presunzione. Però abbiamo sempre ritenuto che fare offerte intelligenti sia un obbligo: le associazioni possono rispondere a gusti più immediati, un’amministrazione deve lasciare loro spazio ma anche indicare una strada che porti oltre».
Può fare un esempio?
«Il Besnate Jazz Festival, che quest’anno è alla decima edizione e non abbiamo interrotto nemmeno con il Covid. Nacque da una serata in sala consiliare con le letture di un grande poeta alternate a brani di armonica. Mi sono detto che se avessi dovuto organizzare un concerto pop non ne sarei stato capace, non avrei le possibilità economiche e andrei in concorrenza con un mondo che mi schiaccia. Un’offerta più settoriale, certo rivolta a una nicchia, ha meno concorrenza ed è più attrattiva verso l’esterno: ogni comune ha i suoi appassionati di jazz, ma l’offerta non è così varia».
Quanto costerà il progetto e in quanto tempo sarà pronto?
«Il quadro economico complessivo, comprese progettazione, direzione lavori e spese amministrative, vale oltre due milioni. Abbiamo un avanzo di amministrazione cospicuo, ma non possiamo usarlo tutto per la casa delle culture, ed è per questo che abbiamo partecipato al bando. Sarà finanziata in parte con l’avanzo, in parte con il contributo regionale e in parte con un mutuo, e non disperiamo di ottenere altri contributi non ancora formalizzati. Sui tempi sono preciso, perché la rendicontazione va chiusa entro ottobre 2029, quindi i lavori devono finire ragionevolmente all’inizio del 2029. Se ce la facciamo, meglio ancora entro la fine del 2028».
Che cosa resterà della storia operaia dell’edificio?
«Intanto riaccoglieremo il museo della civiltà contadina. Questo oggi non è visitabile. E’ stato collocato in altri spazi in attesa che sia terminata la Casa delle culture. Lo porteremo dentro la biblioteca, così chi esce dai libri può visitare anche la tradizione contadina, che si innesta sempre su quella operaia: nel museo c’è molto spazio dedicato alla produzione dei bachi da seta e ai telai. Poi manterremo, sul retro dell’edificio, alcune scritte del periodo operaio del Ventennio. Insieme alla parola lavoro, legano la casa delle culture a una memoria che si conserva».
Il bando parla anche di gestione. Come pensate di affrontarla?
«Servirà un piano di valorizzazione, con alcune idee già concrete espresse nel bando, altrimenti non saremmo stati premiati. Due pilastri: la biblioteca, dove già oggi, tramite il consorzio bibliotecario, ci viene garantito il personale per il punto prestiti. Oggi, con la struttura chiusa, abbiamo più uno spazio libri che una biblioteca, e vogliamo intensificare il rapporto per aumentare presenza e presidio. L’altro è un legame più forte con le associazioni del territorio, per offrire orari di apertura più ampi. Mi piacerebbe poi avviare un rapporto istituzionale con la Provincia, con una reciprocità: supporto alla gestione da una parte, spazi per le sue iniziative e corsi di formazione dall’altra. L’ambizione è che almeno il 30% delle attività arrivi da fuori, da cittadini e associazioni di altri paesi».
Qual è l’idea di comunità che vuole costruire?
«Un aspetto per me importante è quello intergenerazionale. Oggi la società è molto divisa per fasce d’età. Quando ero ragazzo era normale frequentare anche adulti: andavo a fare la vendemmia con persone più grandi, nel negozio parlavi nella stessa ora con un ottantenne e con una mamma con un bambino di tre anni. Oggi i ragazzi sono più inquadrati e gli anziani frequentano gli stessi luoghi tra loro. Vorrei restituire quella contaminazione: la persona anziana che segue il suo corso in biblioteca, gli adolescenti che nella parte rumorosa hanno la scusa di studiare insieme per vedersi e fare un po’ di casino, chi è legato a un’associazione. Così nascono conoscenza e relazioni, e cresce la comunità».
Quale identità vuole preservare in questo spazio?
«In quasi vent’anni da amministratore ho notato un cambiamento: ci si concentra troppo sull’esperienza fine a se stessa, in tutti gli ambiti. L’individualismo è un tema vero. La casa delle culture, termine un po’ ambizioso, deve essere un riferimento: ci vai a fare il corso di cucina e trovi chi sta preparando una relazione su un tema completamente diverso. Si crea uno sviluppo interiore che oggi si sta perdendo, perché si va avanti sulla propria strada e si evita di approfondire una relazione con qualcuno. Oggi o vai all’oratorio o vai alla Pro loco, ma non esiste uno spazio simile che ti metta in contatto con realtà così diverse».
Se incontrasse un cittadino dubbioso sulla spesa, che cosa gli direbbe?
«Che ognuno può trovare un motivo per usarla. È uno spazio in centro, collegato alla ciclopedonale inaugurata un anno e mezzo fa che porta anche al polo sportivo, quindi raggiungibile a piedi senza auto. Non bisogna aver timore di spendere, e se la Regione ha avuto fiducia nel progetto è un segnale. Ci sono anche cittadini in buona fede che dicono di asfaltare le strade e non spendere per questo: capisco, e non faccio lo snob. Le strade vanno asfaltate. Ma vedere insieme persone di generazioni, classi sociali ed estrazioni diverse che dialogano oggi è un lusso. Ci trinceriamo dietro i dispositivi e scegliamo solo ciò che ci piace. Leggevo che in Lombardia chiudono undici bar al giorno: il bar era il posto dove c’era il vecchietto che giocava a carte e tu facevi l’aperitivo, cioè aggregazione. Oggi quell’esigenza viene meno, e per me è importante ridarle un luogo».
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