Devianza giovanile in Italia: Marco Dugato sulla ricerca Transcrime


Negli ultimi anni la cronaca ha imposto all’opinione pubblica il tema delle “baby gang”, spesso raccontato con toni allarmistici e semplificazioni che rischiano di offuscare la reale complessità del fenomeno. Che cosa sta davvero accadendo tra i giovani autori di reati in Italia? I dati raccolti da Transcrime, uno dei principali centri di ricerca europei sui fenomeni criminali, restituiscono un quadro più articolato sulla devianza giovanile di quanto le etichette mediatiche lascino intendere. 

I risultati dello studio Le traiettorie della devianza giovanile, condotto da Transcrime in collaborazione con il Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità del Ministero della Giustizia, fanno emergere un fenomeno multifattoriale, in cui il disagio relazionale (acuito dal lockdown), la pervasività dei social media e il bisogno di visibilità si intrecciano con dinamiche di gruppo da sempre proprie dell’adolescenza. Una novità significativa riguarda anche la platea coinvolta: i comportamenti violenti non sono più circoscritti a contesti di marginalità economica, ma interessano sempre più spesso ragazzi provenienti da famiglie senza particolari fragilità materiali. 

Nell’ambito dell’indagine sulla devianza giovanile in Italia realizzata dall’Eurispes, e pubblicata a giugno 2026, abbiamo intervistato il Dottor Marco Dugato, ricercatore senior di Transcrime e docente di Modelli applicati per l’analisi criminale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, per capire meglio la situazione fotografata dallo studio nonché le sue possibili evoluzioni e le risposte a un fenomeno in preoccupante trasformazione.  

Dottor Dugato, lei è ricercatore senior di Transcrime, uno dei principali centri europei di studio sui fenomeni criminali. Negli ultimi anni vi siete occupati anche di criminalità giovanile, con un Rapporto sulle gang giovanili nel 2022 e, più recentemente, con lo studio Le traiettorie della devianza giovanile, in collaborazione con il Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità. Cosa vi ha spinto a realizzare questo studio e cosa avete osservato?

Lo studio nasce da due premesse. La prima: nel periodo post-Covid, in particolare tra il 2021 e il 2022, i dati ufficiali segnalavano un forte aumento dei reati violenti commessi da minorenni. Una crescita rilevante e inaspettata, che ha suscitato preoccupazione. La seconda: l’uso crescente, e talvolta improprio, dell’etichetta “baby gang”, spesso associata a questo fenomeno. In un precedente studio del 2022 avevamo già messo in guardia su quanto questo termine fosse fuorviante e incapace di restituire la complessità del fenomeno.

Cosa avete riscontrato?

Abbiamo voluto capire se stessero cambiando i profili dei ragazzi che entrano in contatto con l’Ufficio di servizio sociale per i minorenni (Ussm). Ci siamo chiesti: sta cambiando il “ragazzo tipo” autore di reato? I dati indicano elementi di continuità e alcune novità. Tra le continuità: reati commessi in gruppo, fragilità legate al rendimento scolastico, difficoltà psicologiche o uso di sostanze. La vera discontinuità riguarda la natura degli agiti: molti più reati violenti, spesso estemporanei, svincolati da una finalità economica. Ad esempio: ti rubo il cappellino non per venderlo, ma per mostrarmi più forte di te. Un altro dato significativo: questi comportamenti non appartengono più soltanto a contesti di marginalità. Sempre più spesso coinvolgono ragazzi provenienti da famiglie “normali”, con entrambi i genitori lavoratori, senza problemi economici evidenti. Ciò rende più complessa l’analisi: se non è solo un tema di disagio materiale, allora qual è la causa?

Quali ipotesi avete formulato?

Innanzitutto che la delinquenza giovanile non ha una sola causa. È un fenomeno multifattoriale. Una chiave interpretativa è l’aumento di difficoltà relazionali, soprattutto tra i ragazzi più fragili. Il lockdown ha inciso molto: per un ragazzo di 12 anni, restare chiuso in casa per mesi ha significato un blocco nello sviluppo della capacità di relazione. In questi casi, la violenza può diventare una modalità di interazione. Non a caso, registriamo in parallelo anche un aumento di comportamenti autolesionisti, tentativi di suicidio, disagio psichico. Sono fenomeni apparentemente opposti, ma spesso correlati.

Questo disagio è un trend esclusivamente italiano?

Più fragilità emotive, più disagio giovanile, più difficoltà di autoregolazione. Alcuni studiosi lo legano all’uso pervasivo dei social media. Faccio un esempio: quando ero adolescente, se facevo una figuraccia, diventavo al massimo lo zimbello della classe. Oggi diventi virale, marchiato a vita. Questo genera una pressione costante, invisibile ma potente. In aggiunta, il confronto non è più con la tua cerchia, ma con un pubblico globale. Il bisogno di visibilità, di like, di riconoscimento, esaspera certe condotte. Ovviamente, i social non sono la causa unica, ma un acceleratore.

Quanto incide oggi la spettacolarizzazione della violenza?

Non è un elemento del tutto nuovo. Già in passato i ragazzi cercavano il riconoscimento del gruppo attraverso la “bravata”. Ma prima la platea era la classe, o al massimo il quartiere. Oggi è il mondo. Cambia la scala, cambia la pressione, cambia anche la logica. Il mio modello non è più il compagno più grande, ma un influencer o un coetaneo dall’altra parte del mondo. Questo alimenta la ricerca di azioni sempre più estreme.

A proposito di gruppi. Avete osservato un aumento dei reati commessi in gruppo?

No, almeno non nei dati milanesi. Anzi, nelle azioni violente la componente di gruppo è rimasta stabile, mentre l’incremento è avvenuto nei comportamenti individuali. Ma è bene ricordare che il reato giovanile, da sempre, è in larga parte un reato di gruppo. L’adolescenza è l’età in cui il gruppo dei pari assume un ruolo cruciale, è fisiologico. Le dinamiche di gruppo favoriscono la deresponsabilizzazione e lo spostamento del limite. Non solo per i giovani, pensiamo agli stadi: cose che da soli non si direbbero mai, diventano possibili nel branco.

Il picco di reati registrato nel 2022 era un’anomalia o indicativo di un potenziale trend, anche considerato che il 2023 ha osservato una flessione?

Ancora non lo sappiamo. Potrebbe essere un picco post-pandemico destinato a rientrare, oppure l’inizio di una stabilizzazione su nuovi livelli. Serviranno più dati e più tempo per capirlo. Quel che è certo è che già prima del Covid esistevano segnali. La pandemia ha agito da acceleratore, ma le fragilità c’erano già.

Entriamo nel merito delle baby gang. Nel 2022 avete pubblicato un report a riguardo.

Sì. Lo scopo era analizzare in profondità un fenomeno molto mediatizzato. Avevamo rilevato quasi 2.000 articoli sull’argomento solo nei primi 4 mesi del 2022. Ma quello che spesso viene definito “baby gang” è in realtà un insieme eterogeneo di situazioni. Abbiamo chiesto alle Forze di Polizia e Ussm di tutta Italia di fornirci informazioni e casi specifici per classificare questi gruppi. Ne sono emersi quattro tipi: gruppi legati alla criminalità organizzata italiana (come le “paranze” napoletane), gruppi che si ispirano a criminalità organizzata straniera (come le Maras), piccoli gruppi che commettono furti sistematici e, infine, la maggioranza: gruppi informali, nati per stare insieme, non per delinquere, che talvolta commettono atti devianti o violenti, ma in modo estemporaneo e non organizzato.

Eppure l’etichetta “baby gang” tende a confondere tutto.

Esatto. E questo ha conseguenze operative. Se tratto un gruppo di adolescenti che vandalizza una panchina come se fosse un’associazione a delinquere, rischio di applicare strumenti repressivi sbagliati. Serve più discernimento. Le paranze sono un fenomeno criminale molto diverso da quattro ragazzi che bevono in piazza e fanno rissa.

A vostro avviso, quali strategie occorre mettere in campo per prevenire questi fenomeni?

Due direttrici. Primo: intervenire il più precocemente possibile. Più si aspetta, più l’intervento è difficile, costoso e con più basse probabilità di successo. Già nelle scuole dell’infanzia si manifestano segnali di disagio relazionale. Serve identificare precocemente e sostenere famiglie e ragazzi. Secondo: mettere a sistema le risorse. Oggi, esistono molti progetti scolastici o comunali, ma sono spesso frammentati e poco valutati. Occorre una regia nazionale, una governance integrata tra Ministero della Salute, Istruzione, Giustizia, Comuni e Terzo settore.

Ogni progetto, considerati la natura e l’obiettivo, sarebbe probabilmente a leadership variabile. Ma a chi, in generale, dovrebbe spettare la regia?

Non al Ministero dell’Interno, seppure è importante che le Forze di Polizia siano coinvolte. Non siamo dinanzi a un mero problema di sicurezza, è una questione sociale, educativa, sanitaria. Servono sportelli, assistenti sociali, psicologi, reti territoriali. La scuola può essere un luogo di intercettazione, ma non può farsi carico di tutto. I docenti non sono terapeuti.

Quale ruolo può avere lo sport?

Cruciale. Ma anche qui: deve essere accessibile. Lo sport, come la musica o altre attività strutturate, offre un’alternativa, crea un gruppo dei pari sano. Riduce le opportunità criminogene. Perché se il pomeriggio lo passo da solo in una piazza, aumentano le probabilità che faccia sciocchezze. Se invece sono in palestra, o in una band, o in un laboratorio teatrale, è diverso. Non si tratta di azzerare il rischio, ma di contenere la dimensione strutturale dell’opportunità deviata.

Serve un’autentica cultura dei diritti e dei doveri.

Sì. Ma non basta il richiamo ai doveri se non offri opportunità. Non possiamo solo vietare: dobbiamo anche costruire. Dare chance di espressione, riconoscimento, crescita. Dare alternative.

E dal punto di vista penale? Stiamo andando verso un inasprimento delle pene per i minori.

Sì, ma attenzione. Dobbiamo rispondere al problema, non solo alla percezione. Reagire all’emergenza con soluzioni dure può avere senso, ma è un cerotto. Se non curi l’emorragia sotto, muori dissanguato. Serve equilibrio tra interventi immediati e strategie strutturali. E serve valutare l’efficacia delle politiche pubbliche, cosa che in Italia spesso non si fa.

Ha accennato prima alla giustizia riparativa.

Esatto. Non sono certamente un esperto, ma il principio è far comprendere all’autore del reato le conseguenze del proprio gesto, coinvolgendolo in un percorso di riparazione, spesso anche con la vittima e la comunità locale. È un meccanismo proattivo, non punitivo. Lì dove è stato applicato, ha ridotto la recidiva. Questo è fondamentale, perché l’obiettivo dev’essere che il ragazzo non torni a delinquere.

Il tema dell’immigrazione è spesso associato alla criminalità giovanile. I vostri dati cosa dicono?

Dicono che c’è una maggiore complessità nei profili. È vero che tra i ragazzi coinvolti nei reati ci sono anche seconde generazioni o minori stranieri non accompagnati. Ma non è una questione etnica: è una questione di marginalità. Nei gruppi che analizziamo manca una connotazione etnica: ci sono italiani, romeni, nord-africani insieme. Si aggregano perché vivono nello stesso quartiere, frequentano la stessa scuola. Dove c’è più immigrazione, c’è più presenza di minori stranieri. Ma nel Sud Italia, dove l’immigrazione è minore, troviamo gli stessi fenomeni con ragazzi italiani. La causa va cercata altrove.

Su cosa sta orientando i prossimi studi?

Due direttrici. La prima riguarda le dinamiche legate al mondo digitale, ai social, alla Rete. È una dimensione che cambia in modo rapidissimo e ha un impatto enorme. La seconda riguarda la violenza: dobbiamo capire meglio da dove nasce, se l’aumento osservato è un picco temporaneo o l’inizio di un nuovo equilibrio. Capire per intervenire meglio. Ma serve tempo. E serve investimento nella ricerca, perché senza comprensione profonda, le risposte rischiano di essere inefficaci o dannose.

*Antonio Alizzi, giornalista, scrittore, ricercatore dell’Eurispes


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