AVERSA. Il palazzo di Umberto Sarno è il segno di un Paese incivile: una legge folle permette ai TAR di decidere, senza contraddittorio, e così si sgraffignano giorni per lavori illegali. Ma stavolta la D’Angelo merita un complimento


L’incredibile tira e molla tra annullamenti e contro annullamenti di una Scia clamorosamente illegittima per i motivi che spieghiamo ancora una volta. La sostanza è che i lavori interni a questo immobile sono vietati dal piano di recupero in vigore nella città normanna

AVERSA (g.g.) – La SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) è uno strumento di origine anglosassone, basato sulla responsabilità del professionista che presenta la documentazione. Nei Paesi in cui è nata, il sistema funziona perché, quasi sempre, ingegneri e architetti certificano i fatti con assoluta veridicità, nel pieno rispetto della legge e del senso civico.

Tuttavia, una volta introdotta in Italia, la SCIA si è spesso scontrata con una realtà culturale diversa: un sistema fondato sulla fiducia nella correttezza dei professionisti ha finito per prestarsi ad abusi, alimentati dalla tendenza ad aggirare le regole urbanistiche per interesse economico. Così, uno strumento nato per semplificare le procedure rischia di trasformarsi in un meccanismo facilmente aggirabile.

La nostra premessa, peraltro non originalissima, perché quando abbiamo affrontato notizie popolate da procedure relative a SCIA, non intende assolutamente assimilare il caso di cui ci stiamo occupando ad Aversa a questa condizione conclamata di abuso di uno strumento che fondamentalmente potremmo definire di articolata autocertificazione. Però, i fatti narrati (clicca qui per leggere il nostro primo articolo); (clicca qui per leggere il nostro secondo articolo) si prestano a creare dubbi in chi, come noi, ha scritto centinaia e centinaia di articoli in cui l’argomento-SCIA rappresentava l’elemento cardine della trattazione.

Come si suol dire, CasertaCe ha maturato un’esperienza molto solida, non sulle chiacchiere, ma su una casistica che non ha mai e poi mai trattato fatti e situazioni privandole dell’ausilio di una sostanziosa e serissima documentazione di supporto.

Per cui, inaugurando il terzo articolo sui fatti di Aversa, abbiamo avvertito la necessità di ribadire quello che in via generale noi abbiamo compreso in questi anni sull’utilizzo aberrante di un istituto che incrocia il diritto amministrativo nel diritto privato, nato nella culla del diritto tout court, ossia nei cosiddetti Paesi della common law.

Dunque, per chi si fosse perso le due puntate precedenti e per chi non le volesse consultare nei link che abbiamo messo a disposizione, riassumiamo i fatti salienti da noi trattati. Ricordiamo che stiamo parlando e scrivendo dei lavori di ristrutturazione edilizia che da alcuni mesi interessano il palazzo in Piazza Municipio che ospita, nei locali terranei, la sede principale dell’istituto bancario Credem, e che è destinato, secondo gli intendimenti del proprietario, l’imprenditore Umberto Sarno, a diventare un lucroso studentato con 38 posti letto.

Breve sunto dei fatti già raccontati

Di fronte alla partenza dei cantieri da parte di Umberto Sarno, ricordiamo fratello della dirigente del Comune di Aversa, settore amministrativo, Virginia Sarno, l’Ufficio Urbanistica diretto dall’ing. Danila D’Angelo aveva adottato un primo provvedimento inibitorio ben poco convincente, al punto che CasertaCe ha fondato dei dubbi fondatissimi concretizzatisi nella seguente domanda: l’ingegnera D’Angelo è carente di competenze, quindi non è all’altezza di guidare un ufficio tecnico, oppure questo provvedimento è stato scritto apposta per essere demolito dal TAR, come poi puntualmente è successo nella prima decisione cautelare?

Il secondo annullamento e il secondo ricorso

Non sappiamo se la dirigente D’Angelo si sia sentita o meno messa alle strette dal nostro primo articolo del 20 luglio, fatto sta che è intervenuta con un secondo provvedimento con cui ha annullato ancora una volta la SCIA presentata da Sarno, utilizzando, manco a dirlo, lo strumento dell’autotutela, esattamente come CasertaCe aveva sostenuto quale dovere inevitabile dentro a questa procedura.

Peraltro, ma questo non riguarda il motivo, seppur leggermente più serio, rispetto al primo con cui la D’Angelo ha ri-annullato la SCIA, questa faceva acqua da tutte le parti, e la cosa più grave è che era costituita da una clamorosa amnesia – chiamiamola così fino a prova contraria – della progettista, la quale aveva dimenticato, solo dimenticato fino a prova contraria, di inserire tutti i contenuti connessi alla destinazione specifica della zona in cui il palazzo è edificato, non solo nel centro storico di Aversa, ma nell’area interessata dal piano di recupero, dentro al quale si possono realizzare solo e solamente interventi di conservazione, per l’appunto di riqualificazione e non certo di ristrutturazione, così come è successo all’interno di questo palazzo in cui sono venute giù scale, si sono costruiti solai e chi più ne ha più ne metta.

Di fronte all’autotutela comunale, la società proprietaria, la Immobiliare Artemide Srl di Umberto Sarno, è tornata a rivolgersi al TAR chiedendo nuovamente la tutela monocratica di sospensione del provvedimento inibitorio. Da parte del ricorrente, che non ha avuto il problema in questa fase di dover confrontare le sue tesi con quelle di un’altra parte processuale costituita, è stata utilizzata la leva della perdita dei finanziamenti PNRR di circa 800 mila euro legati alla costruzione di uno studentato di 38 posti.

Piccolo intermezzo: non è perché tu, per accedere a un finanziamento europeo e dello Stato, sviluppi dei lavori che, alla luce degli strumenti urbanistici vigenti in città, sono vietati.

Ebbene, giovedì scorso, 30 luglio, il Presidente della Ottava Sezione, Paolo Corciulo, presumibilmente sollecitato dal pericolo, prospettato dalla ricorrente, della imminente perdita di tale finanziamento, ha deciso di accogliere, con il Decreto n. 2162/2026, la domanda di sospensione monocratica d’urgenza (art. 56 cod. proc. amm.) fondando la propria decisione su un vizio formale: ovvero l’omesso avviso di avvio del procedimento di autotutela.

Comprendiamo perfettamente la complessità e la delicatezza di una simile decisione, consapevoli che il magistrato si sia mosso sul crinale difficile che sta tra la verifica di un “pregiudizio grave ed irreparabile” legato alla perdita del finanziamento e l’accertamento della “non manifesta infondatezza” del ricorso. Cioè, che il magistrato abbia deciso con gli unici strumenti che possono informare il suo provvedimento.

Quello che non convince del secondo annullamento del TAR

Però, il magistrato si è dovuto appigliare a qualcosa. E questo qualcosa francamente non convince e questo qualcosa dà l’idea di un qualcosa che non porta a un concetto nitido di imparzialità. Non convince per nulla l’argomento “formale”, ovvero: l’assenza di avvio del procedimento di autotutela.

Al riguardo, con la nostra umiltà, e utilizzando l’olio di gomito, abbiamo fatto qualche ricerca giurisprudenziale. E di decisioni ne abbiamo trovate più di una che vanno nella seguente direzione: allorquando la SCIA, come in questo caso, manca dei requisiti fondamentali, non è produttiva di effetti senza se e senza ma, dunque, può essere inibita al di là di ogni termine e formalismo di sorta.

Certo questa fase – che non a caso è “inaudita altera parte” – si sviluppa solo sulla prospettazione dei fatti fornita dalla ricorrente.

È quindi verosimile che il magistrato del TAR non avrà avuto ben chiaro che qui non siamo semplicemente di fronte all’assenza totale del modello unificato di SCIA, al quale manca clamorosamente, rozzamente, pedestremente, un suo fondamento che la tiene in piedi: e cioè quello relativo alle certificazioni del progettista.

Il burocratismo di leggi assurde consentirà un’opera il-le-ga-le

D’altronde, noi abbiamo la sensazione che qui, chi sta facendo l’intervento, abbia intenzione di ottenere i suoi obiettivi attraverso queste decisioni monocratiche del TAR, perché così facendo recupera giorni e, come avete visto dalla fotografia che oggi ripubblichiamo, in quel cantiere sono comparse macchine enormi che servono a compiere lavori radicali, di ristrutturazione. E allora siamo di fronte alle solite follie italiche: un TAR decide una cosa tanto importante senza sentire le varie campane, e i giorni che separano da una sua decisione a un nuovo annullamento oppure alla celebrazione dell’udienza collegiale dello stesso TAR, in cui per la prima volta saranno ascoltate tutte le parti in causa, sono utilizzati per creare una situazione di fatto finalizzata a determinare che le strutture costruite, quand’anche illegalmente, si vadano a completare e a quel punto solo l’autorità penale potrà impedirne l’utilizzo, ma che poi solo l’autorità penale potrà eventualmente fermare.

Tra le altre cose, un controinteressato di questa vergognosa vicenda ha tentato di inserirsi in questa polverosa, iperburocratizzata procedura del TAR, ma il presidente ff ha respinto la sua istanza per definizione, rimandando poi un minimo di trattazione all’udienza collegiale di cui abbiamo scritto.

Il terzo intervento della D’Angelo

Però, al di là dei motivi per cui l’ing. D’Angelo si sta muovendo in questa maniera, le va riconosciuto che dopo i marchiani errori nel suo primo provvedimento di annullamento e in parte nel secondo, questa cosa se l’è presa a cuore. Mo’ sarà perché CasertaCe le sta alle costole, sarà perché la testardaggine di Sarno le è venuta in antipatia, sarà perché teme che l’autorità giudiziaria penale possa interessarsi alla questione, oppure citando i Ricchi e Poveri sarà perché ti amo, dunque per un motivo qualsiasi, il terzo provvedimento è arrivato nella giornata di ieri.

Ha avviato il procedimento, probabilmente chiusosi oggi, con cui ha annullato, in autotutela, seguendo le indicazioni del TAR, la SCIA in questione, sospendendo contestualmente le attività edilizie in corso.

Adesso aspettiamoci un terzo ricorso, con richiesta di decisione monocratica di inaudita altera parte. Ci vuole gran pazienza e speriamo che il TAR non vada a trovare qualche super cavillo per riaprire il cantiere di Sarno.


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Gianluigi Guarino

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