Trump perde credibilità e gli Stati Uniti vacillano


Nemmeno è stata annunciata da Donald Trump quella che lui stesso ha definito la ‘storica intesa’ per il disarmo di Hamas e la costituzione di una forza d’interposizione tra israeliani popolazione locale nella striscia di Gaza, che quasi all’unisono i media mondiali hanno dato sostanzialmente del farlocco allo sbandierato accordo.

Difficile non condividere l’aggettivazione, sol che si pensi che quel conflitto col mondo arabo dura ormai da circa una ottantina d’anni, più o meno da quando, nel 1948, si diede attuazione alla cosiddetta dichiarazione Balfour d’un trentennio precedente, attuandola però in modo incompleto e cioè a tutto vantaggio della componente ebraica e senza alcun serio istituto che potesse assicurare la pacifica convivenza con la parte araba del Paese.

Ma se questa previsione è stata così unanime ed immediatamente diffusa – se cioè la sfiducia sulla sostanziosità dell’accordo ha preso l’universo sopravvento, prim’ancora che venisse messo anche soltanto minimamente alla prova – ciò probabilmente non è stato a causa della storia di quegli incomponibili rapporti tra ebrei e palestinesi. La principale ragione di quella diffidenza è a mio avviso da ricercarsi altrove.

La credibilità del presidente degli Stati Uniti non è mai stata particolarmente alta. Ne ha dette e rimangiate troppe, nel corso delle sue due presidenze, la seconda in corso. Il suo porsi costantemente quale elemento antisistema – benché, evidentemente, del sistema fa pienamente parte, anche se non del sistema politico tradizionale – ha fatto sì che assumesse più le sembianze del contestatore ad oltranza degli apparati istituzionali, che non del responsabile uomo di Stato, che sa di dover adattarsi, anche a mentire se necessario, pur di preservare la credibilità delle istituzioni di cui è massimo esponente.

Pure perché il Trump, nelle vesti del duro e puro animato da elevata moralità, proprio non entra agevolmente, anzi per indossarle dovrebbe dilacerarle. Ma, anche a lasciar da parte simili considerazioni di carattere etico, quel che il presidente Usa ha perduto è la credibilità.

Il suo essersi infilato nella crociata anti iraniana su istigazione di un altro campione di credibilità internazionale che risponde al nome diBenjamin Netanyahu – uomo ormai accecato dalle proprie idee e tiranneggiato dai propri personali interessi – ed il suo, soprattutto aver fallito nell’obiettivo della guerra lampo, lo ha privato d’ogni autorevolezza.

Ed, ancor più, l’autorevolezza è andata dissipata onninamente, a causa delle circa quaranta dichiarazioni circa il raggiungimento dell’accordo con gli uomini al potere in Teheran, puntualmente smentite a distanza di qualche ora dagli eventi, se non pure dalle stesse sue successive dichiarazioni, altrettanto pubbliche quanto le prime.

Il problema, naturalmente, non è d’avere un uomo la cui parola vale altrettanto poco, quanto i supporti mediatici grazie ai quali viene immantinente trasmessa al mondo intero. In questo caso, poco male: un uomo privo d’attendibilità lo si conosce e lo si scansa, o almeno lo si frequenta il tempo reso strettamente necessario dalle situazioni nelle quali si è per avventura costretti ad incontrarlo.

Il problema è – banale anche l’osservarlo – che quell’uomo è il presidente nordamericano e, perdendo lui d’autorevolezza, a perderla sono gli stessi Stati Uniti. Gli Usa sono la realtà politica militarmente ed economicamente più potente del nostro sventurato pianeta, un pianeta pieno di boria e di supponenza, che da tempo ha dimenticato d’essere né più né meno che un granello infinitesimo dell’Universo e che, se non rispetta gli spazi – assai limitati – che all’interno di esso gli sono riservati, finirà male, o almeno finirà male per il bipede implume che con arroganza se n’è impadronito.

Ora, gli Stati Uniti hanno – dal XX secolo in poi – costituito il polo politico garante dell’ordine mondiale, nel senso che tutti sapevano, per averlo sperimentato nelle due guerre mondiali, che se si fosse superata un certa soglia di violazione delle regole internazionali, sarebbe intervenuto il gendarme a stelle e strisce ed avrebbe ricostituito le condizioni perché la convivenza globale fosse assicurata.

Pur non mancando crisi e rischi continui – il periodo della Guerra fredda ne è stato una dimostrazione vivente – la presenza sullo sfondo di chi aveva il potere di metter ordine ha costituito un elemento di certezza, che ha fatto da deterrente e da prevenzione rispetto a sempre possibili involuzioni irreversibili.

Tutto questo è stato però possibile ricorrendo ad una condizione in assenza della quale, semplicemente il potere si dissolve.

Tanto più potere s’esercita, come insegna la scienza della politica, quanto maggiore è l’influenza che s’esercita impiegando il minor dispiegamento ed uso d’energie da parte di chi gli ordini impartisce. Tanto per fare un esempio, una manifestazione pubblica di potere assoluto la diede nel 2022 il presidente cinese Xi, facendo allontanare dal XX congresso del partito comunista cinese, praticamente senza degnarlo più che d’uno sguardo, il suo predecessore Hu Jintao che gli sedeva affianco: massimo risultato simbolico, minimo sforzo.

Il potere ha la necessità assoluta d’essere creduto senza essere messo alla prova, se non in casi eccezionali:così funziona. Ora, per effetto delle dissennate iniziative di Donald Trump – l’unica veramente andata segno, è stato l’atto di pirateria internazionale nei confronti del presidente venezuelano – ad aver perso di credibilità sono gli Usa, cioè appunto l’entità politica considerata fino a poco fa il gendarme dell’ordine mondiale.

E quando il gendarme non è più credibile, non ci sono gendarmi che bastino per assicurare che l’ordine sia conservato. Quello che ciò potrà significare per il mondo intero non è possibile stabilirlo con esattezza, ma molto si sta già vedendo e molto ancora si vedrà in futuro.

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Orazio Abbamonte

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