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| Le case di Berlino, gli ucraini e i partigiani, troppa IA per la Cina, gli estremi franco-tedeschi, il Paese di Conte |
Elif Eralp, nuova sindaca di Berlino (Epa /Clemens Bilan)
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aLESSANDRO tROCINO
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«Socializzare» le case La vittoria della Linke alle elezioni di Berlino ruota anche attorno all’emergenza abitativa e alla sua promessa di espropriare le grandi società immobiliari: gli affitti sono più che triplicati dall’inizio degli anni Duemila e l’85% dei berlinesi non possiede una casa di proprietà. Elena spiega come ci si è arrivati (a partire da un referendum di iniziativa popolare), perché è legale e quanto costerebbe.
Ucraina e Resistenza Una battuta di Diego Bianchi e la frase della segretaria dei giovani del Pd Virginia Libero hanno riaperto il dibattito sull’Ucraina. Proviamo a capire se c’è qualche nesso possibile tra la resistenza ucraina e i partigiani e a ragionare sulla questione dell’invio delle armi a Kiev.
Xi crede troppo nell’IA? È l’allarme coraggiosamente lanciato negli ultimi mesi da diversi economisti cinesi, che preferirebbero scelte più terra-terra per incoraggiare i consumi e uscire dalla spirale deflazionisitca. Ma il leader – racconta Gianluca – per ora non li ascolta: li fa tacere.
Estremi che non si toccano L’asse franco-tedesco rischia di frantumarsi per i risultati elettorali. Massimo Nava ci racconta la «grande migrazione» degli elettori che premiano le ali estreme e svuotano il centro. E ci spiega perché.
Il Paese di Conte Ferruccio de Bortoli, in uno dei suoi Frammenti, analizza le proposte del Movimento 5 Stelle uscite da «Nova». Alcune sono interessanti, ma in generale, scrive, «si descrive un Paese (inesistente) che può permettersi di distribuire senza il problema di produrre».
La Cinebussola Olivia Wilde, al terzo film da regista, fa centro con una commedia sofisticata, «The Invite – Il piacere è tutto nostro». Ce ne parla Paolo Baldini.
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| Rassegna tedesca |
| Espropri a Berlino, cosa c’è dietro la battaglia per «socializzare» le case che ha fatto vincere la Linke |
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Mentre nel resto della Germania avanza (apparentemente inesorabile) l’estrema destra di Afd, a Berlino ha vinto la Linke. Per la prima volta il partito di estrema sinistra nato dalle ceneri del Partito comunista dell’ex Ddr potrebbe esprimere il sindaco, o meglio, la sindaca della capitale tedesca: Elif Eralp, 45 anni, figlia di immigrati turchi, già ribattezzata la Mamdani della Germania (qui il suo ritratto).
Per il successo della Linke (che ha avuto quasi il 26% dei voti) è stata centrale la campagna incentrata sul costo della vita eccessivo di Berlino, una città che attira turisti ed expat ma è ormai diventata troppo cara per i suoi abitanti. È un tema comune a molte altre metropoli europee, ma particolarmente sentito a Berlino, che tradizionalmente è sempre stata una città in cui si viveva con poco: «povera ma sexy», come l’aveva definita nel 2003 l’allora sindaco socialdemocratico (e il primo dichiaratamente gay) Klaus Wowereit.
All’epoca lo era senza alcun dubbio. Affittare una casa di 70 metri quadri costava in media 330 euro al mese spese escluse e anche per questo Berlino in quegli anni è diventata la capitale della cultura underground europea: quasi chiunque poteva permettersi di viverci. Nel 2025, secondo un’analisi di Berlin Hyp und Cbre sugli annunci immobiliari, quello stesso appartamento costava in media 1.100 euro al mese, sempre spese escluse (ma nelle zone più centrali questo è il prezzo che si paga per una stanza). Fanno quasi diecimila euro all’anno in più, senza contare i rincari per il costo del riscaldamento degli ultimi anni. Un aumento enorme, molto più veloce di quello dei salari: per molti berlinesi oggi la casa è diventata un problema. A Berlino l’85% della popolazione vive in affitto, e abitarci rischia di diventare un lusso per pochi: altro che povera ma sexy. Non stupisce che quello della casa sia diventato il tema centrale della campagna elettorale.
La Linke ha vinto proponendo di espropriare le grandi aziende che danno in affitto migliaia di appartamenti. Non è un’idea nuova: nel 2021 un referendum di iniziativa popolare –promosso da comitato di affittuari indipendenti dai partiti – aveva chiesto di «socializzare» (cioè rendere di proprietà pubblica) gli appartamenti delle grandi società immobiliari che possiedono più di 3.000 unità abitative nella capitale tedesca. Si tratta di «Konzern», aziende spesso quotate in borsa, che affittano a fini di lucro, e il cui scopo è far guadagnare i loro azionisti, non garantire il diritto basilare alla casa.
Il loro scopo è ovviamente del tutto legittimo, ma per molti berlinesi il diritto alla casa deve venire prima. Una convinzione su cui influisce anche l’esperienza della ex Ddr (metà della città riunificata apparteneva all’ex Stato socialista), in cui la Costituzione sanciva che: «Ogni cittadino della Repubblica Democratica Tedesca ha diritto a uno spazio abitativo per sé e per la sua famiglia, in base alle possibilità economiche e alle condizioni locali. Lo Stato è tenuto a garantire tale diritto promuovendo la costruzione di alloggi, la manutenzione di quelli esistenti e il controllo pubblico sull’equa distribuzione dello spazio abitativo». Il referendum era passato con quasi il 58 per cento dei Sì.
Nel 2021 Berlino era guidata da una sindaca socialdemocratica, che era contraria agli espropri (così come il suo successore, l’attuale sindaco della Cdu) e li aveva bollati come anticostituzionali, nominando nel 2022 una commissione per verificare la loro legittimità. Un anno dopo la Commissione era arrivata alla conclusione che Berlino ha la facoltà di espropriare case e terreni per il bene pubblico sulla base dell’articolo 15 della Costituzione tedesca, ma a patto di indennizzare i proprietari.
Ora la Linke intende andare avanti: in campagna elettorale ha promesso di espropriare 220 mila appartamenti. «Ci saranno delle discussioni in coalizione con l’Spd e i Verdi. Esistono già le leggi che definiscono le modalità di espropriazione dei grandi Konzern immobiliari. La domanda, quindi, non è tanto come sia possibile farlo quanto sui costi. Questa sarà la discussione: qual è la somma da riservare per le abitazioni che, come Stato, vogliamo ricomprarci? Si tratta, ricordiamolo, di ex abitazioni popolari, poi svendute. E ovviamente sul valore, sul prezzo da pagare per le singole abitazioni. Circolano cifre diverse, se ne discuterà nei prossimi anni» dice ora Luigi Pantisano, l’italo-tedesco presidente della Linke, intervistato da Mara Gergolet. «L’abbiamo sempre detto: non accadrà dall’oggi al domani. Ci vogliono le leggi, poi devono entrare in vigore, è un percorso che durerà anni. Però il segnale che arriva da Berlino è che, specialmente le persone che vivono nelle città, vogliono che la politica faccia abbassare gli altissimi costi delle case. In Germania, la gente lavora metà del mese solo per pagare l’affitto».
Lo scontro è proprio sugli indennizzi. Se fossero a prezzo di mercato, l’operazione sarebbe troppo costosa. La Linke parla di «socializzazione» delle case perché questa, a differenza dell’esproprio, prevedrebbe indennizzi inferiori al valore di mercato degli immobili. «La commissione di esperti ritiene che ciò sia possibile. Essa ipotizza costi compresi tra 3,7 e 25,6 miliardi di euro» spiega il portale T-online. Se ci fosse un esproprio a prezzi di mercato l’operazione, secondo la Corte dei conti di Berlino, costerebbe invece fino a 42 miliardi di euro. «In caso di espropriazione con indennizzo al valore di mercato, lo Stato sarebbe quindi costretto ad aumentare gli affitti per compensare i costi dell’espropriazione nel bilancio pubblico. Se si procedesse a una socializzazione con indennizzo inferiore al valore di mercato, gli affitti potrebbero essere ridotti; tuttavia, la Corte dei conti avverte che tale procedura non sarebbe giuridicamente sicura e che i costi conseguenti sarebbero quindi difficili da calcolare» scrive ancora T-online.
Adesso il governo del cancelliere Friedrich Merz (composto dai conservatori della Cdu/Csu e dai socialdemocratici della Spd), con una certa ingenuità politica, annuncia una legge per vietare gli espropri come quelli richiesti dal referendum berlinese e dalla Linke. Per la sinistra radicale sarebbe un enorme regalo politico: potrebbe dire che non può mantenere le sue promesse elettorali per colpa dei partiti tradizionali.
Intanto però la sua campagna è stata un successo, perché il diritto all’abitare è diventato uno dei temi principali della discussione politica.
Per capire la portata di questo risultato basta fare un confronto con l’Italia e in particolare con Milano, città governata da 15 anni dal centrosinistra. Anche qui il costo delle case è diventato un’emergenza. E la giunta del sindaco Beppe Sala ha criticato le pastoie burocratiche che impediscono di costruire nuove abitazioni. Alcuni esponenti della sua amministrazione sono inoltre finiti al centro di inchieste penali che li accusavano di aver aiutato società immobiliari ad aggirare quelle regole (gran parte di quelle accuse si è poi dimostrata inconsistente). Ma tutta la vicenda ha riguardato la costruzione di case molto care, spesso inaccessibili per il ceto medio. E una risposta (o un reale dibattito) sull’emergenza abitativa manca ancora.
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| Rassegna della guerra |
| La resistenza ucraina, i partigiani, il tradimento e i disertori |
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Soldati ucraini tornano dal fronte (Epa / Vitaly Hrabar)
La categoria del tradimento ha una connotazione molto bellica. È una violazione del dovere di fedeltà alla patria. Vigliaccheria, connivenza con il nemico. È imparentata con la diserzione. E siccome siamo in tempi di guerre, anche il dibattito pubblico si orienta su questo linguaggio fangoso, da trincea. Se non sei con noi, sei contro di noi. Se non sei amico, sei nemico. Traditore. Disertore.
Prendiamo Diego Bianchi, conosciuto anche come Zoro. Da anni conduce «Propaganda Live», che è una sorta di messa laica, una seduta di autocoscienza di un popolo di sinistra che non sopporta le destre e che sta politicamente dalle parti del Pd e di Avs ma non rinuncia a lanciare frecciate al moderatismo dem e al populismo dei 5 Stelle. Un campo largo riflessivo che si rimette in discussione ogni settimana e che però ha come area culturale di riferimento una sinistra radicale un po’ conformista, molto pro Pal, pro migranti e «pacifista», con tutte le virgolette che questo aggettivo merita. Almeno fino all’altro giorno. Perché Bianchi a «Otto e mezzo» ha replicato a Virginia Libero – la segretaria dei giovani dem autrice della frase contestata sulla necessità di «organizzare la diserzione» («Non saremo i soldati delle vostre guerre») – ricordando di avere intervistato partigiani che si dicevano contenti degli aviolanci degli americani, con armi e provviste per la resistenza: «Ecco, la pace arrivava dopo: prima sparavano ai nazisti e ai fascisti”. Aggiungendo poi: «Oggi è una situazione completamente diversa, non so chi sta vincendo lì, ma in Italia ho l’impressione che abbia vinto Putin».
Le reazioni alle parole di Bianchi sono state piuttosto violente. Quasi che, appunto, avesse tradito. Sui social è stato massacrato. «Zoro non mi è mai piaciuto, ora capisco perché». «Si è arruolato nel sistema». «Propaganda è una manica di coatti goliardici che si fanno le pippe e si capiscono solo tra loro romani». E via insultando.
È dal 2022 che ci portiamo dietro questo parallelo storico tra la resistenza ucraina e quella nostra antifascista. Paragone che non regge per i «pacifisti» oppressi – dice Marco Revelli – da «una gigantesca campagna di condizionamento mentale pro-guerra». Le obiezioni sono molte: la guerra mondiale era già iniziata mentre qui si rischia di scatenarla; gli alleati erano già belligeranti e «armarono poco e male» la resistenza (Marco Travaglio); fu una resistenza di popolo e «allora non c’erano suv neri che caricano a forza i giovani per arruolarli» (Marco Revelli); «i partigiani non rubavano miliardi per fare cessi d’oro» (Vauro); «in Ucraina c’è un esercito, non ci sono partigiani» (Angelo D’Orsi); «Putin non è Hitler e la colpa della guerra è sia della Russia sia della Nato» (Travaglio); «Ve lo immaginate Ferruccio Parri che gira il mondo parlando solo di armi e chiedendo soldi?» (Revelli); i partigiani si stavano liberando dal nazifascismo mentre gli ucraini sono un po’ nazisti (un po’ tutti).
A parte che lo stesso Bianchi ha specificato che «oggi siamo in una situazione completamente diversa» e che nessun fenomeno storico è perfettamente sovrapponibile a un evento passato, è però interessante notare come l’estremismo di destra putiniano, certificato anche dalle recenti simpatie per formazioni paranaziste e fasciste europee, sia considerato molto meno grave dell’esistenza del battaglione Azov, che non ha inficiato la democrazia ucraina. Ed è interessante che il fatto che i nostri partigiani siano stati armati poco e male (ma Luigi Manconi nel 2022 ricordava i racconti di Beppe Fenoglio, sulla forza e il coraggio che diedero ai partigiani quei lanci) sia un argomento usato per negare la legittimità degli aiuti a Kiev, invece di deprecare e condannare gli scarsi contributi in armi dati dagli alleati.
È interessante soprattutto un’altra obiezione, sempre di Revelli, che è figlio del partigiano Nuto: «Quante altre “resistenze” dovremmo sostenere nel mondo? Quella palestinese (cosa direbbero i fautori delle armi a Kiev se qualcuno proponesse di riempire di armi la Palestina?). O forse la difesa dell’Iran (anche lì c’è un aggredito e un aggressore), o del Venezuela…».
Onestamente, bisogna rispondere che è vero. Non facciamo abbastanza per i popoli oppressi nel mondo. Abbiamo assistito a un massacro durato anni a Gaza senza fare sostanzialmente nulla. Abbiamo visto le ragazze di Teheran accecate, violentate e uccise dai pasdaran: ci siamo commossi un minuto e siamo passati ad altro. Siamo pigri, cinici ed egoisti. L’argomento etico dovrebbe riguardarci tutti. Dovremmo essere d’accordo sulla necessità morale dell’ingerenza umanitaria, che ci fece reagire, pur tardivamente, all’assedio di Sarajevo e alla strage di Srebrenica.
Vito Mancuso, nel 2022, ricordava l’apologo del Mahatma Gandhi: «Un uomo in preda a una follia omicida uccide con la sua spada chiunque incontri sul cammino: colui che trova il coraggio di ucciderlo sarà considerato un uomo caritatevole». Provare a discutere, a trovare un accordo “pacifico”, con un assassino seriale che ti minaccia sarebbe suicida.
Ma l’argomento etico è scivoloso e non può essere scisso dal piano politico. Dobbiamo ammettere che siamo portati a reagire solo se qualcosa ci riguarda da vicino. Se viene messo in discussione il nostro modello di vita o se viene minacciata la nostra vita o quella dei nostri familiari e connazionali. Se non fosse così, saremmo in guerra permanente e globale contro i malvagi. A parte la difficoltà di riconoscere chi è dalla parte giusta, cosa non sempre così evidente.
C’è un altro punto fondamentale: il giudizio politico che diamo sui fatti e sulle forze in campo. Come lo consideriamo Vladimir Putin? Un presidente democraticamente eletto, che vuole risarcire i russi delle umiliazioni inflitte dalla Nato e quindi si difende dal bellicismo occidentale? O un dittatore imperialista che per sopravvivere politicamente ha scelto di sposare l’antico sogno di una grande Russia (comunista o zarista, poco importa), attraverso la forza militare e le conquiste territoriali? Pensiamo che la sua aggressività, le sue minacce, il suo modello di autoritarismo espansivo e la guerra ibrida portata avanti contro molti Paesi europei siano una minaccia per l’Europa? E, infine, pensiamo che l’Unione europea, con tutti i suoi difetti, le sue inerzie e il suo passato non glorioso, sia un modello da difendere e sia oggi la patria della civiltà giuridica, dello Stato di diritto, della convivenza pacifica e della democrazia liberale? Se sì, allora l’attacco all’Ucraina è un attacco all’Europa. E quindi come europei – se ci sentiamo tali e non solo italiani o non solo lombardi o individui sradicati – abbiamo il dovere e il diritto di difenderci. Aiutando l’Ucraina, anche con le armi. Come diceva Bianchi, prima si resiste, sparando ai nazi-fascisti, per non essere sopraffatti. Poi si cerca un accordo e si stabiliscono le condizioni per la pace. Altrimenti, sarebbe una resa. E la «diserzione» di Virginia Libero non sarebbe dalle «loro guerre», ma dalle nostre.
Se siamo d’accordo sul fatto che difendere l’Ucraina significa proteggere l’Europa – i suoi confini, il suo modello politico di democrazia liberale, i diritti civili e sociali conquistati – allora perde forza anche l’ultima obiezione. Quella sul perché non diamo le armi ai palestinesi, alla resistenza iraniana e ai mille altri popoli oppressi e massacrati nel mondo. È una questione politica, non solo morale. Dà una risposta etica allo scrittore ucraino Artem Chapeye che a Repubblica dice: «Se la Russia ci conquista, finisco in Siberia». E dà una risposta politica.
Mandare armi, però, vorrebbe dire rischiare di provocare una reazione da parte dei governi oppressori o presunti tali. Vorrebbe dire, in qualche modo, rischiare di entrare in guerra. Ed è questa l’obiezione più seria dei pacifisti a chi vuole inviare le armi a Kiev. La possibilità di un allargamento del conflitto e del coinvolgimento dell’Italia e dell’Europa in una guerra contro la Russia. È vero, è pericoloso. Ma stiamo già inviando aiuti militari e non siamo stati bombardati, anche se la guerra ibrida è già qui. Siamo riusciti a vivere in quest’equilibrio precario, ipocrita se volete: siamo formalmente fuori dalla guerra, ma armiamo gli aggrediti.
C’è un ultimo rilievo, che non è residuale. Siamo sicuri di non essere già in guerra, e non solo di parole? Siamo sicuri che l’internazionale sovranista di estrema destra che viene incoraggiata e foraggiata da Putin, ma anche da Trump, non abbia da tempo dichiarato guerra alle nostre democrazie? Far pace con loro, senza respingere i loro tentativi di annessione (dell’Ucraina, della Groenlandia o del Canada) e i loro tentativi di inquinare le nostre democrazie, è un altro modo per arrendersi. E se fosse così, allora, avrebbe ragione Bianchi anche nel dire: «Non so chi vince in Ucraina, ma ho l’impressione che in Italia abbia già vinto Putin».
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| Rassegna economica |
| La Cina investe troppo nell’IA: l’allarme (clamoroso ma inascoltato) degli economisti del regime |
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Fino a poco tempo fa, una domanda dominava le analisi internazionali sulle prospettive economiche e geostrategiche: la Cina sta vincendo la gara con gli Stati Uniti per il primato nell’intelligenza artificiale? Nelle ultime settimane, la questione è stata progressivamente rovesciata, e la domanda è diventata di tenore diverso: la Cina ha esagerato nel premere l’acceleratore sull’IA, tralasciando la cura di altre lacune croniche del suo gigantismo economico?
Il fatto che la risposta tendesse al sì per la prima domanda, ma tenda al sì anche per la seconda, non è molto tranquillizzante per le prospettive del regime, in particolare alla vigilia del vertice Trump-Xi, con le due superpotenze alla ricerca di un’intesa sull’IA che plachi le preoccupazioni crescenti sul suo (auto)controllo.
Come sempre nelle svolte di un Paese segnato dal verticismo assoluto (tranne nella fase più riflessiva e collegiale di Deng Xiaoping, leader «preminente» ma non unico), la corsa sfrenata sull’IA è stata frutto di un’indicazione precisa e finora (ma attenzione a questo finora) indiscutibile. L’indicazione è arrivata in marzo, con queste parole nette di Xi: «Non possiamo guardare solo alla crescita del Pil». Molto più importante, nella valutazione del leader, il rafforzamento dell’«hard power» cinese nei settori tecnologicamente più avanzati. È lì che non sono tollerabili rallentamenti, è il senso chiaro del messaggio, mentre qualche decimale in più o in meno nella crescita complessiva non sposta le cose. Il valore prodotto dalla iper-modernizzazione delle industrie tradizionali compenserà eventuali rallentamenti complessivi e curerà alla lunga le tare strutturali dell’economia cinese: sovrapproduzione, consumi bassi, invecchiamento della popolazione, disoccupazione giovanile.
La ricetta, in sé, sembrerebbe tutt’altro che campata in aria. Giusto pochi giorni dopo il discorso di Xi, l’ex presidente del Mit di Boston, Leo Rafael Reif, pubblicava un intervento su Foreign Affairs (ripreso da Luca Angelini sulla Rassegna del 1° aprile) che conteneva una profezia dal suono sinistro per la massima superpotenza fin dal titolo: «L’America sta perdendo la corsa all’innovazione». Sottotitolo: «Perché il futuro della scienza potrebbe essere cinese». La tesi era molto chiara: la Cina non è più la fabbrica del mondo che copia senza inventare, ma ha superato gli Stati Uniti in un’ampia gamma di tecnologie avanzate (veicoli elettrici, batterie, apparecchiature per le telecomunicazioni wireless, robot umanoidi, energia nucleare di nuova generazione) e se è ancora priva dei semiconduttori necessari ad addestrare i modelli di intelligenza artificiale più avanzati, produce più di chiunque quelli basilari utilizzati nelle automobili e nell’elettronica di consumo. Reif citava l’ultimo rapporto annuale del Congresso sui rapporti di forza tra le due superpotenze, secondo cui «la Cina è ora in grado di sviluppare e applicare su scala sempre maggiore nuove tecnologie e ottenere un vantaggio da primo arrivato in molti settori del futuro».
L’allarme ha continuato a riecheggiare per mesi, al grido di «La Cina ha appena cancellato il vantaggio dell’America nell’IA» (analisi di Axios a metà luglio, incentrata sulla capacità ormai conclamata dei modelli cinesi di colmare rapidamente il gap con quelli Usa, e a costi più bassi) e «Il vantaggio degli Stati Uniti sulla Cina nel campo dell’IA è praticamente svanito» (Cnbc ai primi di agosto: il senso è la capacità olistica dell’ecosistema formato dalle aziende cinesi).
Senonché, già alla fine del mese scorso il vento ha cominciato a cambiare. Non perché il grande balzo cinese nell’IA fosse stato rapidamente smentito, ma perché i vecchi fantasmi che accompagnano lo sviluppo del gigante asiatico non hanno smesso di agitarsi, restituendo le tinte più corrette al quadro complessivo. Danilo Taino ha citato un’altra analisi di Foreign Affairs, stavolta del presidente del Council on Foreign Relations Michael Froman, intitolata «La prossima crisi economica globale potrebbe essere Made in China». Si ricordavano i dati economici poco entusiasmanti: crescita sotto il già basso (per gli standard pechinesi) obiettivo del 4,5% (dato, come si è visto, minimizzato da Xi in persona), aumento della produzione industriale in calo da luglio ad agosto, investimenti fissi scesi del 6,7%, crollo degli investimenti immobiliari, export strabordante, boom manufatturiero drogato dai sussidi statali. Uno scenario deflazionistico ormai cronico, che le scelte più recenti non danno l’impressione di cambiare: come notava Taino, «in tutta una serie di settori – dall’intelligenza artificiale alle tecnologie verdi alle auto elettriche ma anche in industrie più mature – l’input politico e il privilegio nell’accesso al credito portano le imprese a dare un peso insufficiente all’efficienza e alla sostenibilità finanziaria».
Il punto è che questo tipo di allarme è ormai lanciato da tempo non solo da commentatori occidentali sino-scettici, ma da membri dell’establishment economico cinese sempre più preoccupati. Così preoccupati – e questo il dato più clamoroso – da esprimere la loro inquietudine pubblicamente, fino a sfidare il verbo del partito, e a pagarne le conseguenze.
La sequenza di esternazioni messa insieme da Bloomberg fa in effetti impressione. In giugno, durante un forum che precedeva di poco la riunione annuale del Politburo, Liu Shijin, un ex consigliere della banca centrale, ha proposto di aumentare le pensioni degli abitanti delle aree rurali da 30 a 150 dollari al mese, in modo da sostenere la domanda. Nella stessa occasione, Huang Haizhou, consulente attuale della banca centrale, ha detto, con chiarezza disarmante, che «un Paese impantanato nella deflazione non può realizzare innovazioni tecnologiche», e che per questo la priorità dovrebbe essere favorire un’inflazione moderata e la redditività delle imprese. Il mese dopo Li Daokui, un altro ex consigliere della banca centrale che ora insegna all’Università di Tsinghua, ha osato definire l’economia cinese «troppo fiacca» e ha spiegato che la forte espansione dei settori high-tech non riesce a trainare il resto dell’economia.
Cose del genere in Cina non si dicono senza pagare dazio: gli economisti, ha sottolineato Li Yuan del New York Times, erano stati «ammoniti a non mostrarsi troppo pessimisti, e alcuni sono stati censurati o messi a tacere proprio per averlo fatto. Nel complesso, il loro messaggio era chiaro: l’economia cinese era in difficoltà e un’allocazione delle risorse incentrata sull’intelligenza artificiale avrebbe potuto rivelarsi costosa per il sostentamento della gente comune e per il futuro economico del Paese».
Meglio allocarle, le risorse, alla vecchia maniera: un po’ di inflazione da domanda, in una situazione come quella cinese in cui la gente risparmia per vecchiaia e sanità e non compra quasi nulla, non guasta certo. Servirebbero cose semplici, come aumentare il reddito delle famiglie infilandogli in tasca denaro contante o voucher, o ampliare la rete di protezione sociale per placare le ansie sul futuro e fare spendere soldi per il presente con più serenità. Al contrario, investire tutto o quasi sull’intelligenza artificiale crea nell’immediato pochi posti di lavoro, se non finisce per cancellarne di più, deprimendo ulteriormente i consumi.
Xi ascolterà i suoi economisti più coraggiosi? Al momento non sembra probabile. A meno che il vertice con Trump non vada così bene da innescare un rallentamento della corsa all’IA, e da spostare lo sguardo dei leader sulle esigenze immediate. In qualsiasi caso, le conseguenze saranno globali.
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| Rassegna franco-tedesca |
| Si fa presto a dire estremisti |
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La leader dell’Afd Alice Weidel (Ap / Ebrahim Noroozi)
Pur nelle differenze e specificità nazionali, c’è un evidente riscontro fra il risultato delle elezioni locali in Germania e i sondaggi sulle prossime presidenziali in Francia. Domenica, in Germania, al successo clamoroso dell’estrema destra di Alternative für Deutchland si è contrapposto lo straordinario successo dell’estrema sinistra radicale di Die Linke a Berlino, da cui conseguirà probabilmente il governo della Capitale tedesca.
In Francia, dove il Rassemblement National di Marine Le Pen è già, non da oggi, il primo partito, la leader dell’estrema destra ha ottime possibilità di conquistare l’Eliseo e, secondo i sondaggi, potrebbe vedersela con il leader della sinistra radicale, Jean-Luc Mélenchon. A Parigi, centro destra e centro sinistra annaspano fra una pletora di candidati e dibattiti fra chi vincerà le primarie, mentre poco è rimasto delle strutture e della tradizione dei partiti storici: la destra gollista e il partito socialista. Addirittura vicino all’estinzione il partito comunista.
In Germania, dopo lo sprofondamento della Cdu e il pesante arretramento della Spd, la situazione presenta riscontri analoghi: il partito popolare che fu di Angela Merkel e la socialdemocrazia hanno perso il profondo radicamento di questi partiti, delle loro fondazioni e delle loro classi dirigenti, che ha contraddistinto tutta la vita politica della Germania dal dopoguerra.
Ora il dibattito ruota attorno all’ipotesi improbabile di mettere fuori legge Afd, un partito che non nasconde il carattere xenofobo ma che raccoglie fra il 30 e il 40 per cento dei consensi nella ex Germania Est e cresce anche nella ex Germania ovest, con una propaganda ossessiva sulla presenza straniera. Questo nonostante che gli immigrati e i tedeschi di origine straniera siano in percentuale molto più numerosi ad ovest con punte altissime nelle città più ricche, come Amburgo.
Al di là del futuro quadro politico tedesco e della sorte del cancelliere Merz, il possibile scenario franco-tedesco mette drammaticamente alle corde l’asse Parigi-Berlino che ha sostanzialmente sostenuto l’architettura europea negli ultimi decenni, nonostante più recenti polemiche e diversità di vedute. Se vinceranno, i leader di domani potrebbero davvero scrivere la parola fine su un modello e su un ideale, con il concorso delle destre sovraniste e populiste che stanno avanzando in tutta Europa.
A ben vedere, lo scenario franco-tedesco presenta punti in comune con quello italiano che, in fin dei conti, è stato più volte nella Storia un laboratorio anticipatore di tendenze politiche: la democrazia cristiana è morta molto prima della Cdu e dei gollisti francesi. Il partito socialista è ai minimi termini. Si sono perse le tracce del Pci che fu di Berlinguer. Qui i sondaggi danno in forte ascesa l’estrema destra del generale Vannacci, la presidente Meloni esalta i supporter con il limite degli alunni stranieri nelle scuole, la Lega si raduna a Pontida con lo slogan «Non passa lo straniero», mentre – a sinistra – Giuseppe Conte e i Cinque Stelle cercano di imporre al «campo largo» una svolta più radicale, insistendo sulle politiche sociali e sul no alla guerra.
In buona sostanza, nei tre maggiori Paesi europei (ma la tendenza è evidente in molti altri, oltre che in Gran Bretagna e persino negli USA, con la vittoria del sindaco musulmano e di sinistra a New York), si compie la «grande mutazione» di partiti e movimenti e la «grande migrazione» dell’elettorato verso le estreme. Estreme che svuotano il centro. Che questa «migrazione» sia poi definita estremismo, populismo, radicalismo, nazionalismo e nel caso tedesco persino neonazismo, conta fino a un certo punto. Molto più importante – anche per prevenire, se ancora possibile, l’implosione della Ue e la vittoria decisiva dei sovranisti – è comprendere la genesi del fenomeno e le istanze dei cittadini votanti. Ovvero che cosa c’è davvero dentro le urne. Nello specifico, il caso tedesco rimanda alla riunificazione incompiuta. Il caso francese è anche la conseguenza di una cronica frattura fra periferie e centri urbani, fra territori e Stato non più protettore. Ma, più in generale, il voto a destra in regioni e provincie e il voto a sinistra nei centri urbani maggiori (non è casuale che la sinistra vinca a Parigi come a Berlino, come a New York), va comunque interpretato, in democrazia, come l’espressione diffusa di una volontà popolare che sta diventando maggioranza.
Gli slogan e la propaganda di coloro che stanno conquistandola possono essere culturalmente e moralmente deplorevoli per la dose di falsità e cinismo con cui vengono proposti, oppure idealmente illusori e irrealizzabili, ma è innegabile che questa volontà popolare prossima ad essere maggioritaria non si sente più rappresentata dai partiti tradizionali, chiede una svolta profonda delle politiche sociali, protesta contro i tagli della spesa sanitaria e per l’istruzione, difende posti di lavoro e diritti acquisiti, è fortemente contraria alla guerra e al riarmo dell’Europa, vede nella Ue un gigantismo burocratico controllato dalle élite.
La contrapposizione ideologica e culturale fra destra e sinistra continua ad esistere, talvolta arriva allo scontro e all’insulto, ma di fronte a queste istanze le differenze si assottigliano e nell’urna non entrano gli slogan, ma le motivazioni: del cuore e della pancia.
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| Frammenti |
| Conte, i giovani e la descrizione di un Paese (inesistente) che può permettersi di distribuire senza produrre |
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Giuseppe Conte all’evento dei 5 Stelle a Milano (Ansa / Nova)
L’assemblea Nova ha chiarito il perimetro del programma del movimento Cinquestelle per le prossime elezioni. Ora le proposte del partito di Giuseppe Conte dovranno essere rese compatibili con la piattaforma del futuribile campo largo, o come si chiamerà l’alleanza di centrosinistra. Se c’è un merito ascrivibile ai Cinquestelle è quello di aver separato, in una sorta di patto generazionale, tutte le idee che riguardano i pochi giovani che abbiamo, dal resto del programma.
Ovvero c’è un’enfasi sulle prossime generazioni che non si può non condividere anche se, leggendole, ci si chiede come mai il governo del Conte 1, quello gialloverde, abbia potuto varare la costosissima misura di Quota 100 che è tutto meno che l’osservanza di un patto generazionale. Anzi, fu la sua negazione. Ma l’autocritica non è una virtù diffusa. Non si può che essere d’accordo sulla proposta di abbassare a 16 anni l’età del voto. E, in linea di principio, va valutata con attenzione anche l’idea di far pagare meno tasse nei primi impieghi, al di sotto dei 35 anni, con aliquote crescenti. Qualcosa che assomiglia alla Start tax, proposta da Matteo Renzi. Così la garanzia previdenziale per i giovani rappresenta un’idea percorribile. Il cosiddetto «Conto futuro» (assegno personale di formazione), «Capitale 18» (quindicimila euro a chi compie 18 anni con famiglia a basso reddito, spendibile solo per studio, formazione e avvio di attività) e «Reddito creativo» (mille euro al mese per lavori creativi e nella cultura) appaiono la riedizione del reddito di cittadinanza. In formato giovanile.
Anche in questo caso è mancata una riflessione sugli aspetti negativi di quell’esperienza, sempre varata con il Conte 1. Ma soprattutto si descrive un Paese (inesistente) che può permettersi di distribuire senza il problema di produrre. Le coperture sono, come sempre, aleatorie, oltre che insufficienti. Troppo poco l’aggravio dell’imposta di successione. Poi siamo alle solite, la riduzione di qualche sussidio e un intervento sulle spese fiscali, già promesso in passato e dimenticato una volta al governo. E, infine, la lotta all’evasione fiscale, grande classico della ricerca affannosa, e senza costi elettorali, delle coperture. In realtà, quegli introiti, dovrebbero andare a riduzione del debito pubblico, di cui nessuno, non solo i Cinquestelle, si intesta più una qualche idea di riduzione.
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| La Cinebussola |
| «The Invite – Il piacere è tutto mio», la commedia sofisticata di Olivia Wilde |
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Astuto innesto tra il teatro, il cinema di psicologia e rivelazione, stile Perfetti sconosciuti per intenderci, e ciò che resta della commedia (sofisticata) hollywoodiana. Olivia Wilde non è George Cukor. Ma la formula piace. The Invite – Il piacere è tutto nostro è il remake una pièce spagnola, Los vecinos de arriba di Cesc Gay, arrivata alla quinta cine-versione internazionale: in Italia ci provò, con il titolo Vicini di casa, Paolo Costella forte di un cast con Claudio Bisio, Vittoria Puccini, Valentina Lodovini e Vinicio Marchioni.
Commedia sofisticata, e ancor più commedia da camera. L’impianto si regge sui dialoghi e sul ritmo. Tema: la demolizione delle malcerte ipocrisie borghesi applicate alla coppia, la scoperta dopo anni di convivenza di avere accanto una persona diversa da quella che ci affascinò, il senso di vuoto che accompagna un’esistenza diventata routine, persa in un doppio binario di incomprensioni e incomunicabilità. Joe e Angela (Seth Rogen e Olivia Wilde) sono due esseri umani appartenenti alla middle class apparentemente appagati. Invece no. Stanno per essere sommersi da un’inesorabile apatia. Sono in disaccordo su tutto, anche se non ce ne sarebbe motivo. Lui aveva una band e lei era la sua musa. Poi hanno abbandonato i loro sogni. Ora si incolpano vicendevolmente, ma senza ammetterlo.
Il punto di non ritorno scatta quando Joe e Angela invitano a cena i vicini del piano di sopra, Pina e Hawk (Penelope Cruz ed Edward Norton) che subito si rivelano spregiudicati, sessualmente disinibiti, invadenti, rumorosi. La serata prende la piega peggiore. La sfrontatezza degli ospiti coinvolge i padroni di casa, che accettano provocazioni e strani giochi. Ne ricavano una sensazione di libertà. Finché Hawk e Pina non aprono a una proposta imbarazzante: uno scambio di coppie, un giro a quattro, tutto in una notte forse da ricordare. Parte il gioco al massacro psicologico. Rifiuti sdegnati si sposano a morbose curiosità.
Le maschere cadono una dopo l’altra in un crescendo di confessioni e rancori pregressi che trasformano il salotto in un ring emotivo. Nonostante il forte senso di déjà vu, il film ha due pregi, la recitazione affilata dei quattro protagonisti e l’ironia che alleggerisce i tratti più aspri della storia. Wilde controlla la materia e si dimostra attenta e profonda sia come attrice sia come regista.
THE INVITE – IL PIACERE È TUTTO NOSTRO di Olivia Wilde (Usa, 2026, durata 107’, I Wonder Pictures) con Olivia Wilde, Seth Rogen, Penélope Cruz, Edward Norton Giudizio: 3,5 su 5 Nelle sale
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