Tre eventi, tre luoghi simbolo dell’EUR, appena due mesi per raccontare storie completamente diverse. È la sfida di Alessandro Nicosia, organizzatore e curatore che torna a misurarsi con il pubblico romano attraverso un programma fitto e ambizioso: dalle celebrazioni per i 90 anni dell’Ente EUR al Salone delle Fontane, alla sesta edizione di Arte in Nuvola, ospitata nella straordinaria architettura di Massimiliano Fuksas. alla mega mostra dedicata a Raffaella Carrà al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari.
Una proposta culturale, per dimensioni, contenuti e tempi mai presentata fino ad ora a Roma. Tre appuntamenti autonomi, tre linguaggi e tre modi differenti di interpretare la cultura, ma un unico territorio, quello dell’EUR, che per due mesi diventa un vero e proprio laboratorio di eventi.
A Nicosia chiediamo come nasce questa sfida, quali storie ha scelto di raccontare e perché, ancora una volta, Roma può diventare il palcoscenico ideale per grandi progetti culturali ma di visibilità e dimensioni internazionali.
D. Iniziamo dal primo evento “EUR. Una storia lunga 90 anni (1936-2026). Dalle origini all’EUR contemporaneo. Perché una mostra per raccontare i 90 anni dell’EUR?
R. Perché novant’anni rappresentano un anniversario importante, ma soprattutto perché l’EUR è una storia che merita di essere raccontata nella sua complessità. È una storia fatta di architettura e urbanistica, naturalmente, ma anche di persone, idee, progetti, vicende storiche e cambiamenti che hanno accompagnato Roma e l’Italia.
D. Il titolo parla di una storia che va “dalle origini all’EUR contemporaneo”. Qual è il filo conduttore della mostra?
R. Il filo conduttore è proprio l’evoluzione. Partiamo dall’idea originaria dell’Esposizione Universale di Roma e dalla progettazione dell’EUR, per arrivare a quello che il quartiere è diventato oggi.
Assieme al co-curatore Marco Pizzo, ci interessava mostrare che l’EUR non è una realtà immobile. È nato da un progetto preciso, ma nel corso di novant’anni è stato attraversato da trasformazioni ed evoluzioni. Un percorso fatto di memoria, modernità e futuro.
D. L’EUR è spesso identificato soprattutto con la sua architettura. Voi avete scelto di raccontarlo attraverso molti materiali diversi.
R. Sì, perché volevamo restituire la complessità del progetto. I documenti, le lettere, le fotografie, i disegni e i bozzetti e numerosi materiali inediti permettono di entrare nel processo creativo e progettuale.
Vedere un disegno o un bozzetto significa capire che prima dell’edificio che conosciamo oggi c’è stata un’idea, una scelta progettuale. È un modo diverso di comprendere come nasce una città.
D. Nella mostra emerge anche il ruolo delle figure che hanno contribuito alla realizzazione dell’EUR. Quanto è importante riportare al centro le persone?
R. È fondamentale. Raccontare l’EUR significa quindi anche raccontare le persone che hanno immaginato e costruito questo quartiere; sono architetti, urbanisti, artisti, progettisti, amministratori e tanti lavoratori, coinvolti a vario titolo. Senza di loro rischieremmo di guardare soltanto agli edifici e di perdere la realtà che c’è dietro.
D. Quanto è difficile raccontare novant’anni di storia in una sola mostra?
R. È una grande sfida, perché il materiale è enorme e le possibili chiavi di lettura sono moltissime. Bisogna necessariamente fare delle scelte. Abbiamo cercato di costruire un percorso che fosse rigoroso dal punto di vista storico ma anche accessibile a un pubblico ampio.
D. Che cosa vorrebbe che scoprisse chi visita la mostra e pensa di conoscere già l’EUR?
R. Vorrei che uscisse con la sensazione di aver visto un luogo con tante sorprese raccontate nella mostra. Molti romani conoscono l’EUR, lo attraversano, lavorano o vivono nella zona, ma forse non ne conoscono fino in fondo la storia. La mostra vuole proprio creare questa occasione: fermarsi, guardare e comprendere come è nato e come si è trasformato in questi 90 anni.
D. La sua creatura quest’anno compie sei anni: Arte in Nuvola. Dal 19 al 22 novembre 2026, la Nuvola di Fuksas ospita la sesta edizione di Arte in Nuvola la Fiera Internazionale di Arte Moderna e Contemporanea. Può darci qualche anticipazione su cosa troverà il visitatore ?
R. La manifestazione, da me ideata e diretta e promossa da EUR SpA, arriva a questo nuovo appuntamento dopo la precedente edizione che ha registrato oltre 38.000 presenze. Sono circa 140 le gallerie italiane e straniere attese nel 2026.
Un ruolo centrale sarà affidato alla Germania, Paese ospite di questa edizione. Il progetto dedicato alla scena artistica tedesca sarà curato da Gregor Jansen e Julia Apitzsch, in collaborazione con l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania in Italia.
Il programma sarà arricchito da mostre, incontri, installazioni e performance e da iniziative realizzate insieme a importanti istituzioni pubbliche, tra cui il Ministero della Cultura, la Regione Lazio e Roma Capitale.
Tra gli appuntamenti speciali spicca l’omaggio a Corrado Cagli, nel cinquantesimo anniversario della sua scomparsa. Grazie alla collaborazione con l’Archivio Corrado Cagli, saranno presentate alcune maschere in carta mai esposte prima.
D. Arte in Nuvola arriva alla sesta edizione. Che effetto fa guardare indietro a questi primi anni?
R. Fa un certo effetto, perché sei edizioni sono tante, soprattutto per una manifestazione che quando è nata doveva ancora trovare il suo pubblico.
All’inizio era sicuramente una scommessa: capire se Roma avrebbe risposto a una fiera di moderno e contemporaneo. Oggi sappiamo che quel pubblico c’è. Le oltre 38.000 presenze, in tre giorni, dello scorso anno sono un dato gratificante, ma importante è vedere quante persone tornano, quante si appassionano all’arte contemporanea e moderna.
D. La Germania è il Paese ospite. Che cosa vi ha convinto a puntare sulla scena artistica tedesca?
R. La Germania ha una scena molto ricca. Per questo abbiamo affidato il progetto a Gregor Jansen e Julia Apitzsch. Hanno costruito un percorso che, secondo me, permette di avvicinarsi a una realtà in grande crescita.
E poi c’è il rapporto con l’Ambasciata tedesca, che ha reso possibile lavorare al progetto in maniera molto concreta.
D. Quanto è importante, oggi, che una fiera romana abbia una dimensione internazionale?
R. È indispensabile. Se fai una fiera d’arte contemporanea e guardi soltanto a quello che succede in Italia, ti perdi una parte enorme di quello che sta accadendo.
Roma, poi, ha una posizione particolare. Abbiamo una storia dell’arte che non ha bisogno di presentazioni, ma non possiamo vivere soltanto di quella.
D. Tra gli appuntamenti di quest’anno c’è l’omaggio a Corrado Cagli, a cinquant’anni dalla sua scomparsa. Perché avete scelto proprio Cagli?
R. Cagli è un artista che merita di essere riscoperto, anche perché la sua vicenda è molto più complessa di quanto spesso si ricordi.
Quando abbiamo cominciato a lavorare al progetto con l’Archivio Corrado Cagli, ci siamo resi conto che c’era la possibilità di mostrare aspetti meno conosciuti del suo lavoro.
Mi hanno incuriosito particolarmente le maschere in carta mai presentate prima. Sono materiali che permettono di vedere un Cagli diverso, più sperimentale.
D. In questa edizione è importante anche il rapporto con le istituzioni. Quanto conta per voi?
R. Conta molto, perché una manifestazione di queste dimensioni non può esistere da sola.
Il rapporto con il Ministero della Cultura, soprattutto, ma anche la Regione Lazio e Roma Capitale ci permette di costruire progetti che vanno oltre la semplice organizzazione della fiera.
Ma, al di là dei rapporti istituzionali, quello che conta è riuscire a fare qualcosa di utile per la città. Se Roma ospita una manifestazione internazionale, vorrei che se ne accorgesse non soltanto chi viene a comprare arte.
D. Roma ha davvero le carte per diventare una delle città di riferimento per l’arte contemporanea?
R. Roma ha tutto: musei, fondazioni, gallerie, artisti, collezionisti, un patrimonio enorme. Però avere tutto questo non significa automaticamente essere una capitale dell’arte contemporanea.
Bisogna creare occasioni, coinvolgere i giovani, costruire relazioni internazionali e soprattutto fare in modo che le iniziative non rimangano isolate.
Arte in Nuvola è una tessera di questo mosaico che può dare un contributo.
D. E alla fine, che cosa vorrebbe che rimanesse al visitatore dopo una giornata ad Arte in Nuvola?
R. Mi piacerebbe che uscisse pensando a qualcosa che ha visto e che non si aspettava. Un artista che non conosceva, una galleria in cui non era mai entrato, un’opera che magari continua a tornargli in mente.
Se succede questo, vuol dire che la fiera ha funzionato.
D. Parliamo dell’annuncio a sorpresa della mega mostra su Raffaella Carrà. Dal 2 dicembre 2026 al 4 aprile 2027, il Museo della Civiltà e delle Tradizioni Popolari di Roma ospita Raffaella Carrà: Coraggio, stile di vita, libertà, mostra da Lei curata assieme a Barbara Giaquinto e Margherita Vasselli.
R. Il progetto, è co-prodotto dal Ministero della Cultura, nasce con una dichiarazione d’intenti precisa: non raccontare semplicemente chi è stata Raffaella Carrà, ma spiegare perché Raffaella Carrà è ancora importante oggi in Italia e nel mondo.
D. Partiamo proprio dal titolo: “Coraggio, stile di vita, libertà”. Perché queste tre parole?
R. Perché sintetizzano tre aspetti fondamentali della personalità e dell’eredità di Raffaella.
Il coraggio di essere se stessa, di anticipare i tempi e di rompere schemi che sembravano consolidati. Il lifestyle, perché Raffaella non ha influenzato soltanto lo spettacolo, ma anche il modo di vestire, di muoversi, di comunicare e di vivere la propria immagine. E infine la libertà, che forse è il valore più profondo che ha trasmesso.
Raffaella ha sempre comunicato l’idea che fosse possibile essere liberi, senza rinunciare al rapporto con il grande pubblico.
D. Questa mostra non nasce per raccontare chi è stata Raffaella Carrà, ma perché è ancora importante oggi. Cosa significa concretamente?
R. Significa cambiare completamente prospettiva.
Non volevamo realizzare una semplice biografia, né una mostra celebrativa costruita sulla nostalgia. Raffaella appartiene alla memoria di milioni di persone, ma la sua importanza non può essere limitata al ricordo.
La domanda che ci siamo posti è: che cosa è rimasto di Raffaella nella nostra cultura? La risposta è molto più ampia della sua carriera artistica. È rimasto un modo di essere, di comunicare, di stare sulla scena e nella società.
D. Quindi non è una mostra sulla memoria di Raffaella, ma sulla sua eredità?
R. Esattamente. Raffaella è stata molto più di una grande artista: è stata una eredità culturale. Ha lasciato un segno nella televisione, nella musica, nel cinema, nella danza e nella cultura popolare, ma anche nel modo in cui abbiamo guardato alla libertà personale, alla femminilità e alla possibilità di esprimersi senza paura. Questo è il motivo per cui abbiamo voluto costruire una mostra contemporanea.
D. Tre mostre da qui alla fine dell’anno, Arte in Nuvola e tutto quello che c’è dietro: un lavoro straordinario anche per una macchina collaudata come la sua COR. Ma, arrivati a questo punto, una domanda viene spontanea: chi glielo fa fare? E soprattutto, che cosa continua a darle la voglia di farlo?
R. Se avessi una risposta razionale, probabilmente avrei già smesso! È un lavoro molto impegnativo, che richiede energie, tempo e anche una certa dose di incoscienza. Però credo che, dopo tanti anni, questo lavoro – che amo – sia diventato una parte molto importante della mia vita. Non saprei immaginarmi senza progetti da inventare e realizzare.
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