Gli Stati Uniti, con l’iniziativa Kyoto Vision for a Golden Age of Science, puntano a rivoluzionare la ricerca scientifica integrando l’intelligenza artificiale. L’Italia, già coinvolta, ha aderito all’iniziativa e rafforzato la cooperazione scientifica con gli Usa, focalizzandosi su tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale, l’informatica quantistica e le biotecnologie. Questa collaborazione prevede ricerca congiunta, scambi di ricercatori e partenariati pubblico-privati, con un significativo aumento dei fondi destinati ai progetti bilaterali
06/10/2026
Gli Stati Uniti stanno estendendo la propria diplomazia tecnologica oltre i chip, i minerali critici e l’intelligenza artificiale. La nuova frontiera è la scienza stessa — e l’Italia è già dentro questo processo. Il 4 ottobre Washington e altri 16 governi, tra cui quello italiano, hanno aderito alla Kyoto Vision for a Golden Age of Science, un’iniziativa a guida statunitense che punta a ripensare il modo in cui la ricerca scientifica viene organizzata, finanziata e, in ultima analisi, condotta nell’era di un’intelligenza artificiale sempre più avanzata.
Presentata allo Science and Technology in Society Forum di Kyoto dal direttore dell’Office of Science and Technology Policy della Casa Bianca, Michael Kratsios, l’iniziativa poggia su tre grandi ambizioni: riformare le istituzioni e i meccanismi di finanziamento alla base della scoperta scientifica; integrare nella ricerca quella che Washington definisce “Super Intelligence”; ampliare il bacino di talenti scientifici e tecnologici.
L’elemento più rilevante: i firmatari vogliono garantire ai ricercatori un maggiore accesso non soltanto agli strumenti avanzati di AI, ma anche a dati scientifici, infrastrutture di calcolo e strutture sperimentali. L’obiettivo è muoversi verso ambienti di ricerca nei quali l’intelligenza artificiale possa elaborare enormi quantità di conoscenza, modellizzare sistemi fisici e biologici e, in prospettiva, supportare forme autonome di sperimentazione a ciclo chiuso.
Kyoto, in altre parole, non è l’ennesima dichiarazione sulla governance dell’intelligenza artificiale. Riguarda l’utilizzo dell’AI per cambiare il modo in cui viene prodotta conoscenza.
La strategia scientifica di Washington diventa internazionale
L’iniziativa va letta nel contesto di un cambiamento più ampio della politica statunitense. A luglio Kratsios ha consegnato al presidente Donald Trump Science: A New Golden Age, che la Casa Bianca descrive come il più ampio ripensamento dell’impresa scientifica americana dai tempi di Science: The Endless Frontier di Vannevar Bush, ottant’anni fa.
L’AI sta modificando l’economia e l’organizzazione stessa della ricerca scientifica. La scienza di frontiera richiede sempre più capitale; capacità di calcolo, grandi dataset e sofisticate strutture sperimentali acquistano un peso crescente accanto al talento dei singoli ricercatori; mentre il confine tra ricerca pubblica e capacità tecnologiche del settore privato diventa sempre meno netto.
La risposta americana, quindi, non consiste semplicemente nello spendere di più per la ricerca. Washington vuole sperimentare nuovi meccanismi di finanziamento, laboratori potenziati dall’AI, foundation model scientifici, partenariati pubblico-privati e nuove istituzioni concepite specificamente intorno alla ricerca supportata dalle macchine. Kyoto porta questa agenda interna sul piano internazionale.
È un passaggio importante perché molti degli elementi necessari alla scienza AI-driven non possono essere facilmente riprodotti all’interno dei confini nazionali. Capacità di calcolo, dati, laboratori, capitali, competenze specialistiche e capacità industriali sono distribuiti in maniera disomogenea. La cooperazione tra partner fidati può quindi diventare essa stessa parte dell’infrastruttura della competizione scientifica. Ed è qui che l’Italia diventa un caso interessante.
Il rapporto Italia-Usa sta già prendendo forma
L’adesione di Roma alla Kyoto Vision non inaugura un nuovo rapporto scientifico con Washington. Arriva nel mezzo di una relazione bilaterale che nel corso del 2026 ha accelerato considerevolmente — spesso lontano dai riflettori.
L’1 e 2 aprile i due Paesi hanno tenuto a Washington la 15ª Commissione mista Italia-Stati Uniti sulla cooperazione scientifica e tecnologica. L’incontro ha individuato una serie di priorità particolarmente orientate alle tecnologie di frontiera: scienze quantistiche; high-performance computing e intelligenza artificiale; fissione e fusione nucleare; biotecnologie; materiali avanzati.
Ancora più importante, i due governi hanno concordato gli strumenti attraverso cui perseguirle: ricerca congiunta, scambi di ricercatori, condivisione delle infrastrutture scientifiche e partenariati pubblico-privati. Nel confronto è entrata esplicitamente anche la sicurezza della ricerca nelle tecnologie critiche.
Solo pochi mesi dopo, Roma ha iniziato a mettere nuove risorse dietro quegli impegni.
A giugno l’Italia ha aperto il bando per il programma di cooperazione scientifica e tecnologica Italia-Stati Uniti 2027-2028. Per la prima volta sono state messe insieme, all’interno dello stesso quadro, risorse del ministero degli Esteri, del ministero dell’Università e della Ricerca e del ministero della Salute.
Il risultato è uno stanziamento di circa 1,8 milioni di euro l’anno per due anni — approssimativamente il doppio rispetto all’edizione precedente — destinato a progetti bilaterali proprio nei settori individuati a Washington: HPC, AI e tecnologie quantistiche, biotecnologie per la salute, tecnologie nucleari avanzate e sostenibili e materiali innovativi.
Dietro l’infrastruttura istituzionale c’è anche quella umana. Secondo il ministero degli Esteri italiano, oltre 15.000 ricercatori italiani lavorano attualmente negli Stati Uniti, mentre Roma dispone di sette addetti scientifici nel Paese, oltre all’hub tecnologico e dell’innovazione INNOVIT di San Francisco.
Altri meccanismi bilaterali sono già operativi al di sotto di questa cornice politica generale. La National Science Foundation americana e il ministero italiano dell’Università e della Ricerca hanno creato uno specifico meccanismo Lead Agency per progetti congiunti sull’intelligenza artificiale, attraverso il quale team americani e italiani possono presentare un’unica proposta collaborativa, sottoposta a un solo processo di valutazione guidato dalla NSF. I progetti possono ricevere fino a 600.000 dollari sul versante americano e 500.000 euro su quello italiano, per una durata massima di tre anni.
E la cooperazione è proseguita durante l’estate. Il 2 e 3 settembre — appena un mese prima della dichiarazione di Kyoto — rappresentanti dell’Istituto nazionale di fisica nucleare hanno incontrato a Washington il Department of Energy e la National Science Foundation. Il confronto ha spaziato dagli acceleratori di particelle e dall’Electron-Ion Collider di Brookhaven al possibile Future Circular Collider del CERN e alle tecnologie emergenti.
Anche lo spazio rientra sempre più in questo quadro. A marzo Italia e NASA hanno firmato uno Statement of Intent relativo al contributo italiano alle infrastrutture sulla superficie lunare nell’ambito di Artemis, comprendendo moduli abitativi, comunicazioni e attività scientifiche mentre gli Stati Uniti lavorano alla costruzione di una presenza lunare sostenibile.
Considerati singolarmente, possono sembrare accordi e incontri specialistici. Presi insieme, mostrano qualcosa di più sostanziale: Italia e Stati Uniti stavano già costruendo molti dei canali attraverso i quali i principi annunciati a Kyoto potrebbero concretamente funzionare.
Dai minerali alla conoscenza
C’è poi uno schema ancora più ampio. La cooperazione scientifica dell’Italia con Washington si sta sviluppando parallelamente alla sua integrazione in una più vasta architettura tecnologica a guida statunitense.
Il 31 luglio l’Italia ha formalmente aderito a Pax Silica, l’iniziativa americana che mette in connessione partner fidati lungo la catena del valore alla base dell’intelligenza artificiale — dai minerali critici e dai semiconduttori alla manifattura avanzata e alle infrastrutture digitali.
Come spiegato alla vigilia della firma, il significato della scelta di Roma riflette una particolare concezione della sovranità tecnologica: i Paesi non devono necessariamente replicare al proprio interno l’intero stack dell’AI, ma possono mettere capacità complementari al servizio di un ecosistema di partner fidati.
A settembre è arrivato un altro tassello. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il segretario di Stato Marco Rubio hanno firmato un memorandum bilaterale sui minerali critici, creando un gruppo di lavoro tecnico e aprendo la cooperazione alla condivisione di informazioni e competenze, oltre che agli investimenti pubblici e privati nell’estrazione, nella lavorazione e nel riciclo. L’accordo porta di fatto il rapporto bilaterale dalla diplomazia dei minerali critici verso la politica industriale.
La sequenza è significativa. La cooperazione sui minerali critici riguarda gli input fisici. Pax Silica li collega ai semiconduttori, alle infrastrutture di calcolo e alla catena del valore dell’AI. Kyoto sale di un ulteriore livello, verso la produzione stessa della conoscenza.
Si tratta formalmente di iniziative distinte e Kyoto è una visione non vincolante, non un programma comune di ricerca dotato di un proprio budget. Ma la logica strategica appare sempre più sovrapponibile.
L’infrastruttura del potere tecnologico si estende ormai dalle materie prime all’energia, alla manifattura avanzata, ai chip e alla capacità di calcolo; e da qui ai modelli, ai laboratori, ai ricercatori e alle istituzioni capaci di trasformare queste risorse in scoperte scientifiche.
Washington sembra sempre più interessata a organizzare reti internazionali di partner fidati lungo l’intera catena.
Per l’Italia, quindi, la questione riguarda sempre meno la scelta se partecipare o meno, e sempre più quale posizione riuscire a occupare all’interno di questa architettura. Roma dispone già di capacità nella manifattura avanzata, nelle tecnologie dei semiconduttori, nella fisica nucleare e delle particelle, nell’aerospazio e nella ricerca scientifica. La crescente rete di accordi bilaterali con Washington crea canali attraverso i quali queste capacità possono collegarsi al capitale, alle infrastrutture e alle istituzioni di ricerca statunitensi.
Kyoto può aggiungere un’altra dimensione: l’accesso. Se i suoi principi si tradurranno in meccanismi per condividere capacità di calcolo, dataset scientifici, strutture sperimentali avanzate, strumenti di AI for science e talenti, l’adesione potrebbe diventare materialmente più importante della dichiarazione diplomatica in sé.
Sarà anche il vero banco di prova dell’iniziativa. La Kyoto Vision non prevede un budget comune, impegni vincolanti o una tabella di marcia dettagliata per l’attuazione. Il suo peso dipenderà dalla capacità dei governi di trasformare l’allineamento politico in infrastrutture di ricerca e opportunità concrete per gli scienziati.
L’esperienza italiana offre una prima indicazione di come questa implementazione potrebbe prendere forma. La macchina bilaterale è già in costruzione: la Commissione mista di aprile, il nuovo programma di finanziamento 2027-2028, la cooperazione NSF-MUR sull’AI, i colloqui INFN-DOE-NSF di settembre e la crescente partnership nello spazio.
Kyoto può ora collegare questi singoli tasselli a qualcosa di più grande. Dai minerali al silicio, dal silicio alla capacità di calcolo e dal compute alla scoperta scientifica, sta prendendo forma una nuova architettura della cooperazione tecnologica. E l’Italia si sta posizionando sempre più lungo l’intera catena.
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