Torino, Il mistero di Al-Waqf: chi c’è dietro la moschea da 17 milioni all’ex Nebiolo (e chi paga il conto) – Torino Cronaca


Dalla saletta di periferia alla maxi-operazione immobiliare da 17 milioni di euro. Il progetto per la realizzazione del nuovo grande centro islamico nell’area dell’ex Nebiolo non è soltanto una partita urbanistica o un tema da dibattito politico: è, prima di tutto, un intricato dossier economico e finanziario. Al centro della scena c’è l’Aps Al-Waqf, costola patrimoniale della Confederazione Islamica Italiana. Una sigla nata sotto la Mole nei primi anni Duemila per dare un tetto a un gruppo di fedeli a Torino Sud e Moncalieri, e oggi trasformatasi in un vero e proprio braccio finanziario e immobiliare con ramificazioni in tutta la penisola.

Ma dietro la scalata che ha portato Al-Waqf a controllare una una fitta rete di immobili di culto — da Torino fino ad Adria — si allungano ombre pesanti, fatte di opacità contabili, fondi esteri non tracciati e interrogativi irrisolti sui reali centri di potere che muovono i fili dell’operazione. A partire dal nome stesso, che affonda le radici nella tradizione giuridica e religiosa islamica, portando con sé vincoli e implicazioni di non poco conto.

Che cos’è un “Waqf”: l’istituzione dietro al nome

Per comprendere la portata di questo soggetto non basta guardare all’associazione registrata in Italia: bisogna scavare nel significato profondo del termine. Nell’islam, il Waqf (plurale awqaf) è un’istituzione giuridica e religiosa antichissima che consiste in una fondazione pia o in un patrimonio vincolato.

Il suo funzionamento si regge su tre pilastri ferrei:

  • Donazione perpetua: Un bene (che sia un immobile, un terreno o un capitale) viene sottratto per sempre al mercato e donato in proprietà ad Allah, destinato esclusivamente a fini di pubblica utilità o carità.

  • Inalienabilità: Per sua natura dogmatica, il bene waqf non può mai essere venduto, donato, ereditato o diviso in alcun modo.

  • Generazione di benefici: I redditi prodotti dal bene (gli affitti di un edificio, i proventi di un’attività) servono in eterno a sostenere moschee, scuole, ospedali o i bisognosi, sotto la gestione di un curatore fiduciario (mutawalli o nazir).

Trasferire questo concetto nel sistema giuridico italiano significa introdurre soggetti patrimoniali blindati, la cui gestione sfugge spesso alle logiche di mercato tradizionali. E dove il controllo, il comando, non è nelle mani di un ceo ma di una autorità religiosa (con tutto ciò che comporta).

La metamorfosi: da “salva-debiti” a impero immobiliare

La parabola italiana di Al-Waqf si muove con la lente della finanza d’assalto più che della devozione. Tutto comincia tra il 2010 e il 2013, quando la comunità si insedia nell’ex discoteca di via Genova 268, dando vita alla moschea Mohammed VI. I costi di ristrutturazione e messa a norma mettono in ginocchio le casse dei fedeli, soffocati dai debiti.

È allora che si compie il salto di qualità: nel 2014 arriva il soccorso finanziario direttamente dal Regno del Marocco, un’iniezione di denaro fresco che azzera i passivi. Da quel momento, l’associazione cambia pelle. Nel 2017 nasce formalmente la Fondazione Al-Waqf, concepita come cassaforte per blindare gli edifici di culto, trasformata poi nel 2020 in Associazione di promozione sociale (Aps). Nel giro di pochi anni il portafoglio lievita fino a contare sei immobili in Italia, culminando con l’assalto all’ex Nebiolo, strappata al Comune per 1,025 milioni di euro di diritto di superficie.

Il rebus dei 17 milioni: il grande assente e i conti che non tornano

È qui che il castello finanziario mostra le sue crepe più vistose. Per trasformare l’area dell’ex Nebiolo in un polo faraonico da 17 milioni di euro servono capitali massicci. Sulla carta, la narrazione ufficiale evoca circa 8 milioni di euro provenienti ancora una volta dal Regno del Marocco. Ma la realtà dei fatti racconta un vuoto assordante: a oggi, non esiste uno straccio di documento ufficiale o contabile che provi l’effettivo versamento di quella cifra.

C’è di più. Quando si parla di investimenti e flussi finanziari di grande portata riconducibili al Regno del Marocco nel mondo, la regia istituzionale ed economica passa di norma attraverso i grandi veicoli strategici del Paese, come il fondo Al Mada (la grande holding reale che ha recentemente acquisito realtà di peso come la Nutkao o investito pesantemente nel polo industriale Stellantis in Marocco). Intorno all’operazione torinese dell’ex Nebiolo, invece, di Al Mada o di canali finanziari istituzionali trasparenti non si vede l’ombra. E neppure della Banque Chaabi du Maroc, la banca nazionale marocchina – sempre sotto il controllo di re Mohamed IV – che a Torino, a San Salvario, ha una delle sue prime e più importanti filiali italiane.

E se sugli otto milioni marocchini aleggia il mistero, il vero buco nero riguarda i restanti nove milioni di euro necessari a completare l’opera. Come verranno saldati? Quali garanzie bancarie o finanziarie reggono un’operazione immobiliare di questa portata in mano a un ente nato per gestire modeste sale di preghiera di periferia? Domande che a Torino restano senza risposta, mentre le istituzioni locali sembrano accontentarsi delle enunciazioni d’intenti.

Chi comanda davvero dietro le quinte?

L’altro grande interrogativo riguarda i referenti reali di questa struttura in Italia e sotto la Mole. Se formalmente la Confederazione Islamica Italiana e Al-Waqf muovono i loro passi nel solco di una rappresentanza religiosa, la gestione di patrimoni blindati di questa magnitudo solleva interrogativi pesantissimi sulle ingerenze e sulla trasparenza dei flussi.

Affidare la regia di un polo faraonico – con tanto di studentato, presumibilmente con posti in affitto, e minareto – a un soggetto i cui canali di finanziamento internazionali faticano a passare al vaglio della tracciabilità imposta dalle leggi italiane rappresenta un azzardo politico ed economico. L’operazione ex Nebiolo non è solo la moschea più grande mai progettata a Torino: è il test definitivo per capire se la città si stia consegnando a un modello di gestione opaco, dove capitali esteri dai contorni sfumati dettano le regole e le zone d’ombra finanziarie calpestano il principio elementare della trasparenza. I vari soggetti che fanno da “sponsor” a questo progetto – dal Comune di Torino al comitato interreligioso fatto di grandi ex della politica e coinvolgimento dii fondazioni torinesi – hanno dato uno sguardo vero ai numeri? Perché i milioni ballano, i conti non tornano.


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