Federpesca: “Con il caro gasolio uscire in mare significa andare in perdita”


ROMA – Il settore della pesca e tutta la filiera ittica, è uno dei più colpiti dall’aumento del carburante. Ma negli ultimi anni le difficoltà da affrontare si sono legate anche ad altre questioni che hanno raggiunto anche l’Europa.
Ne abbiamo parlato con Francesca Biondo, direttrice di Federpesca, la Federazione Nazionale delle Imprese di Pesca.

Caro gasolio: avete lanciato un nuovo appello…

Sì, perché la situazione è tornata drammatica. Nelle ultime settimane il gasolio per uso pesca ha raggiunto punte di 1,60 euro al litro in diverse marinerie, dopo che già tra Marzo e Aprile era passato da circa 0,73 a oltre 1,24 euro, con un aumento superiore al 60%. Per un settore in cui il carburante arriva a pesare, in molti casi, fino al 50-60% dei costi di esercizio, significa uscire in mare in perdita.
Per questo, a metà Settembre abbiamo chiesto al Ministro Lollobrigida un nuovo impegno per sostenere il settore, sbloccare e accelerare le risorse già stanziate, prorogare le misure in essere, semplificare le procedure a partire dal nodo del Durc e individuare strumenti di liquidità rapida.

credits © Federpesca

Le nostre richieste non sono rimaste inascoltate, anche se la situazione nelle marinerie è ancora di grande incertezza e agitazione.
Il Governo è intervenuto pubblicando il primo elenco dei beneficiari del credito d’imposta, con 1.937 domande ammesse per circa 7 milioni di euro e dal 16 Ottobre le imprese potranno procedere ad effettuare le compensazioni tramite gli F24.

A ciò si è aggiunto negli ultimi giorni un importante provvedimento che prevede uno sconto alla pompa del 20% nei distributori Eni e l’annuncio dello strumento della cambiale pesca che, attraverso Ismea, consentirà di poter richiedere un finanziamento a tasso 0 per cinque anni con 2 anni di preammortamento. Due misure importanti che vanno monitorate per garantire che non ci siano speculazioni e difformità sul territorio nazionale da un lato, e che le imprese possano liquidità con maggiore velocità rispetto ai mesi passati.
Come abbiamo detto più volte in questi mesi, infatti, il problema vero è il tempo: i provvedimenti ci sono e sono importanti e apprezzati, ma spesso le risorse arrivano mesi dopo il bisogno, e nel frattempo le imprese si indebitano.

L’Europa cosa dice?

L’Europa ha un ruolo decisivo, perché molte delle regole che pesano sulle nostre imprese nascono a Bruxelles. Innanzitutto le regole gestionali di cui abbiamo parlato prima. Per il 2027 chiediamo una tregua: basta a tagli lineari sulle giornate di pesca e sì a piani di gestione locali che valorizzino le specificità dei nostri mari.
Guardiamo con attenzione anche al prossimo bilancio europeo 2028-2034, che prevede di far confluire pesca e acquacoltura in un fondo unico con altre politiche. Per noi la pesca deve mantenere risorse dedicate e adeguate: la sostenibilità ambientale deve andare di pari passo con quella economica e sociale.
Inoltre, stiamo lavorando insieme al Governo e al Masaf affinché il prossimo FEAMPA non si limiti ad avere le risorse necessarie – che pure sono fondamentali – ma garantisca investimenti concreti per le imprese, superando le rigidità che in questi anni non hanno consentito di accedere ai bandi.
Modernizzazione e sostenibilità vanno viste come obiettivi che si rafforzano a vicenda: un FEAMPA riformato dovrebbe finanziare la sostituzione delle imbarcazioni con unità moderne, sicure ed efficienti, sostenere la digitalizzazione e l’innovazione a bordo, e promuovere la sostenibilità come leva di competitività, e non come vincolo. È consentire anche alle barche sopra i 24 metri di farlo!
Perché questo ammodernamento sia davvero possibile — sia per le nuove costruzioni che per l’adeguamento delle imbarcazioni esistenti – è necessario sganciare i limiti di stazza dagli investimenti destinati alla sicurezza e agli spazi di vita a bordo: non si può chiedere alle imprese di costruire pescherecci più sicuri e più vivibili per gli equipaggi, e allo stesso tempo tenerle vincolate a parametri pensati per altri obiettivi, che finiscono per penalizzare esattamente gli investimenti che vogliamo incentivare.
Infine, proprio nell’ultimo Consiglio Agrifish, l’Italia è riuscita a far approvare un principio sacrosanto su cui Federpesca si batteva da anni: basta a vincoli e rettifiche finanziarie per misure che non rappresentano investimenti. Se ho rispettato i 30 giorni di fermo biologico ho diritto all’indennizzo senza troppi vincoli perché l’obiettivo ovvero la salvaguardia del mare è stato rispetto. Insieme a questo un altro risultato importante è stata la modifica del periodo in cui intervengono le rettifiche finanziarie in caso di infrazione grave che passano da 5 a un anno dal momento della presentazione della domanda di contributo.
Si tratta di un risultato a mio avviso storico che rende l’accesso ai fondi meno complesso e il trattamento nei confronti dei pescatori meno vessatorio.

Federpesca rappresenta tutta la filiera. Questo rende la vostra attività complicata?

Rappresentare l’intera filiera ittica, dalla prima produzione fino alle imprese di trasformazione, commercializzazione e servizi, aggiunge certamente complessità al nostro lavoro. Oggi Federpesca rappresenta circa 1.600 imprese e circa 9.000 lavoratori: chi va in mare, chi lavora il prodotto, chi lo distribuisce. Esigenze diverse, a volte anche interessi divergenti, che dobbiamo tenere insieme.

credits © Federpesca

Ma è proprio questa la nostra forza. Avere una visione d’insieme ci permette di proporre soluzioni organiche, che tengano conto di ogni anello della catena senza favorirne uno a scapito di un altro. Il caro gasolio di queste settimane lo dimostra: quando il costo del carburante mette in difficoltà chi esce in mare, le conseguenze si scaricano su tutta la filiera, fino alla disponibilità di prodotto italiano sui banchi. È una sfida complessa, ma necessaria per difendere il settore nella sua globalità.

Cosa significa il settore pesca per l’economia italiana?

La pesca è un settore agroalimentare strategico, anche se ridimensionato rispetto al passato, a causa di politiche che hanno penalizzato la nostra industria. Nel 2024 la flotta italiana ha sbarcato circa 117.500 tonnellate di prodotto, per un valore di quasi 636 milioni di euro.
Con 11.565 imbarcazioni e circa 25.000 lavoratori abbiamo una delle flotte più grandi d’Europa.
Ma il valore della pesca non si misura solo in euro. È presidio di territori costieri spesso fragili, è sicurezza e sovranità alimentare, perché produce cibo fresco, locale, tracciato e sostenibile, in un mercato dominato dall’import. Per questo la sua tenuta è un interesse strategico del Paese, non solo delle imprese.

Oggi la pesca rappresenta ancora una vera e propria identità territoriale e un settore a stampo familiare che si tramanda?

Assolutamente sì. In molte realtà costiere il paese si identifica ancora con la sua marineria: feste, dialetti, gastronomia, saperi legati al mare. La struttura di molte imprese è ancora familiare, con nonni, padri e figli che si succedono sulla stessa barca. Sicilia, Veneto e Puglia concentrano da sole quasi la metà degli occupati.
Proprio per questo il dato che ci preoccupa di più è il ricambio generazionale. Oggi il 70% degli imbarcati ha tra 40 e 64 anni e appena il 3% ha meno di 24 anni. Orari pesanti, redditi incerti e barche vecchie rendono il mestiere poco attrattivo per i giovani, anche nelle famiglie di pescatori. Se non interveniamo, rischiamo di perdere non solo un’attività economica, ma un patrimonio culturale che si è tramandato per secoli.

Se non sbaglio le marinerie italiane si sono ridotte del 40% e quelle europee del 30%. Come rilanciare il settore?

Il ridimensionamento è reale e profondo. Negli ultimi trent’anni abbiamo perso quai il 40% delle imbarcazioni, il 55% degli occupati, oltre il 50% delle catture rispetto ai primi anni ’90.
La FAO certifica che la quota di stock sovrasfruttati nel Mediterraneo è scesa al 52%, il livello più basso mai registrato, e che la biomassa delle specie commerciali è cresciuta del 25% dal 2013.
Ma lo stesso rapporto riconosce che questo recupero ha avuto costi socioeconomici pesanti per flotte e comunità. Adesso è il momento di rimettere al centro le imprese. I pescatori hanno fatto la loro parte, pagando un prezzo altissimo; ora è il momento che anche l’Unione Europea faccia la propria, proteggendo e tutelando chi nutre l’Europa e riconoscendo il valore della pesca, ponendo fine ad un approccio che in questi decenni ha desertificato le nostre marinerie. In questo senso, dopo anni di sacrifici in termini di riduzione delle giornate di pesca e delle quote di cattura, anche alla luce dell’attuale crisi energetica in corso, chiediamo una tregua alla Commissione Europea, per valutare realmente gli effetti delle misure di gestione di questi anni e non continuare a proporre tagli precauzionali, basati su dati non aggiornati e pregiudizi nei confronti degli operatori del settore. Non si può continuare a chiedere ulteriori sacrifici ad un settore già ridotto all’osso senza pensare che ciò non rappresenti un colpo di grazia.

Per rilanciare il settore servono alcune scelte chiare:

  • Un grande piano di rinnovo della flotta, che ha un’età media di 39 anni: una barca nuova non pesca di più, pesca meglio, consuma meno carburante, è più sicura e più selettiva.
  • Il ricambio generazionale, con incentivi all’ingresso di giovani imprenditori, formazione e digitalizzazione.
  • Ammortizzatori sociali veri che coprano anche i periodi di fermo, perché oggi un’impresa lavora in media 150 giorni e sostiene costi per 365.
  • Una gestione basata su dati scientifici aggiornati e condivisa con il settore, non solo sul taglio delle giornate di pesca.
  • La valorizzazione del prodotto nazionale sul mercato, perché chi pesca in Italia rispetta standard ambientali, sanitari e sociali che il prodotto importato spesso non garantisce.

Dove va il pescato italiano? Resta tutto sul territorio?

credits © Federpesca

In larghissima parte sì: il pescato italiano viene consumato in Italia, ma non basta a coprire la domanda. L’Italia è un Paese strutturalmente importatore: circa l’80% del pesce che consumiamo arriva dall’estero. Nel 2024 abbiamo importato oltre un milione di tonnellate di prodotti ittici, per più di 7,5 miliardi di euro, a fronte di esportazioni per circa 137.000 tonnellate. Il deficit della bilancia commerciale ha raggiunto 6,5 miliardi di euro.
Ci sono eccezioni: il tonno rosso, ad esempio, dipende molto dal mercato giapponese. Ma il quadro generale è quello di un pescato nazionale prezioso e quantitativamente insufficiente. Per questo insistiamo sulla sovranità alimentare: ogni barca che smette di uscire in mare è prodotto italiano che viene sostituito da prodotto importato.

Il cambiamento climatico e l’inquinamento incidono sulle attività in modo evidente rispetto a 10 anni fa?

Senza dubbio, e i pescatori sono i primi a vederlo. Il Mediterraneo è un hotspot climatico e si sta riscaldando circa il 20% più velocemente della media globale, come ricorda anche l’ultimo rapporto FAO-GFCM. Specie come sardine e acciughe si spostano verso nord o in acque più profonde, mentre avanzano specie aliene di origine tropicale, alcune non commestibili, che alterano gli equilibri e riducono il valore del pescato.
Gli esempi concreti non mancano. Nell’estate 2025 in Romagna l’invasione di meduse ha fatto calare il pescato primaverile di circa il 30%, con reti danneggiate e motori intasati. Nel Mar Piccolo di Taranto, nel 2024, il caldo estremo ha distrutto la produzione della cozza nera tarantina; a Orbetello il surriscaldamento della laguna ha provocato morie di orate, spigole e anguille.
E dal 2023 il granchio blu, specie aliena, sta devastando gli allevamenti di vongole nel Delta del Po, divorando sia il seme sia il prodotto pronto per il mercato. Le imprese di quel territorio sono ferme da due anni.
Rispetto a dieci anni fa, il tema ambientale è passato in primo piano ma spesso solo nella teoria perché l’impatto dei cambiamenti climatici non viene considerato nelle misure di gestione e nelle normative europee che preferiscono prendersela solo con i pescatori, non considerando che molte specie stanno scomparendo non perché vengono sovrasfruttate ma perché i nostri mari non sono più accoglienti.
Servono politiche di adattamento, ricerca e una gestione coordinata tra i Paesi del Mediterraneo: le specie migrano, le ondate di calore non conoscono confini, e nessun Paese può affrontarle da solo. I pescatori vogliono essere parte della soluzione, come dimostrano i progetti di raccolta dei rifiuti in mare a cui partecipano.

Il settore della pesca quanto è rappresentato dalle donne?

A bordo ancora pochissimo: le donne sono circa lo 0,8% degli imbarcati, una quota che sale all’1,5% nella piccola pesca, spesso in mar

credits © Federpesca

inerie dove esiste una tradizione familiare. Ma sarebbe sbagliato dire che nella pesca non ci sono donne. A terra il loro ruolo è fondamentale: mandano avanti l’amministrazione dell’impresa familiare, la contabilità, la burocrazia, la vendita diretta, la trasformazione. Sono una forza lavoro senza la quale molte imprese non sopravvivrebbero.
Il problema è che questo lavoro resta spesso invisibile, perché in Italia manca ancora un riconoscimento giuridico, come lo status di “coadiuvante” dell’impresa ittica familiare, che dia tutele e diritti a chi lavora nell’impresa senza essere imbarcata. Il nostro obiettivo è duplice: favorire l’ingresso di più donne come imprenditrici e pescatrici e dare pieno riconoscimento a quelle che già oggi tengono in piedi il settore.
Qualcosa sta cambiando anche nella rappresentanza: qualche anno fa ero l’unica donna ala guida di un’organizzazione professionale in questo settore, oggi ci sono tante colleghe e anche la direttrice generale della pesca del Masaf è una donna (Graziella Romito ndr), e soprattutto è brava!

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