Stamattina Assifero pubblica la vacancy per un nuovo segretario generale. Dopo oltre dodici anni e tre mandati alla guida di Assifero, hai scelto di lasciare l’associazione. Perché questo momento e perché questa scelta?
È una scelta annunciata, profondamente voluta e desiderata, che nasce prima di tutto da un principio di coerenza. Credo molto nell’associazionismo e nella sua natura profondamente democratica, e penso che l’alternanza sia una parte essenziale di questa democraticità. Dopo dodici anni e tre mandati, sentivo che fosse arrivato il momento giusto per lasciare spazio a una nuova fase e a nuove energie.
Ma c’è anche una ragione più personale, che definirei quasi una scelta d’amore, nel senso più autentico dell’agape: voler bene in modo generativo a un’organizzazione significa anche saperla lasciare andare, dopo essersene prese cura, permetterle di continuare a crescere ed evolvere senza di te.
In questi dodici anni ho cercato di costruire proprio questo tipo di leadership: non una leadership accentrata sulla figura della Segretaria Generale, ma diffusa e collettiva, fondata sul bilanciamento dei poteri nella governance e sulla possibilità per ogni persona del team di sentirsi ed essere realmente changemaker.
Negli ultimi anni ho studiato molto i concetti di learning organization, system leadership e compassionate leadership e ho trovato parole e riferimenti teorici per qualcosa che, in fondo, avevo cercato di praticare da tempo. Per me oggi leadership significa soprattutto saper ascoltare, continuare ad imparare e creare e custodire spazi nei quali gli altri possano fiorire. Significa allineare ascolto, intenzione e agency, costruendo strategie che non abbiano bisogno dell’attribuzione a una singola persona o organizzazione, ma che siano capaci di generare processi diffusi, repliche indipendenti e, nel tempo, cambiamenti culturali nel sistema.
Guardando indietro a questi dodici anni, di cosa sei più orgogliosa?
È difficile scegliere una sola cosa, perché quando sono arrivata nel febbraio del 2014 Assifero era un’organizzazione molto diversa da quella che è oggi. Sono stata la prima Segretaria Generale pagata dall’associazione e all’inizio non c’erano praticamente risorse per costruire una struttura. Una delle prime sfide è stata quindi molto concreta: rendere Assifero sostenibile, introducendo una strategia di sviluppo e, soprattutto, costruendo progressivamente una cultura dell’investimento nella rete, trasformandola da associazione di categoria e gruppo di interessi in un’organizzazione di infrastrutturazione della filantropia italiana.
Nel 2014 la categoria enti filantropici ancora non esisteva (l’ha voluta Assifero all’interno della riforma del Terzo Settore) e le fondazioni che allora chiamavamo “di erogazione” e che oggi chiamiamo filantropiche erano punti su una mappa, isolati e separati tra loro. Abbiamo dovuto costruire un sistema filantropico per il nostro Paese che non avevamo.
In questo, sarò sempre grata e riconoscente a Felice Scalvini, presidente all’epoca e oggi presidente onorario, che ha voluto condividere scelte coraggiose, che hanno permesso un cambio culturale e strutturale nella filantropia italiana, non abituata ad investire nelle reti e nell’ecosistema del Terzo Settore.
Insieme, con l’appoggio fondamentale della vicepresidente cofondatrice e poi presidente Stefania Mancini, abbiamo promosso un’idea di associazione veramente nazionale, sganciandoci da una sede fisica centralizzata, portando eventi, attività ed iniziative in tutto il territorio nazionale ed espandendo la base associativa – oggi di 207 associate – in quasi tutte le regioni d’Italia. Lo abbiamo fatto mettendo al centro lo sviluppo e il rafforzamento del team e la qualità dei processi. Oggi Assifero conta su un team di sei persone a tempo pieno e su una rete di collaboratori stabili capaci di immaginare e portare avanti una visione trasformativa del ruolo dell’associazione e della filantropia e di gestire processi complessi di formazione, coinvolgimento e implicazione della base associativa e di attivazione degli associati. Oggi Assifero è davvero “rete associativa”.
Sicuramente non è stato tutto semplice, quali sono stati i maggiori ostacoli?
Costruire una rete associativa e un sistema filantropico-paese sono processi complessi che richiedono capacità di visione sistemica, rafforzamento dei processi di infrastrutturazione, approccio iterativo e tempo lento di tessitura. La costruzione del consenso su visioni nuove si crea lentamente, mentre sentivamo l’urgenza di dare gambe alla costruzione di un’associazione capace di accelerare i processi di apprendimento, facilitare le collaborazioni e costruire un sistema filantropico connesso e con una maggiore capacità di proposta. Per questo motivo, sarò sempre riconoscente a Oak Foundation, tra le più importanti fondazioni internazionali, che, in un momento decisivo, ha scelto di sostenerci con un finanziamento flessibile quadriennale dedicato all’organizzazione (core support), permettendoci di investire nello sviluppo organizzativo e nei processi di strutturazione.
Assifero, a partire da marzo del 2018 – anno della prima Call to action (Carazzone, 2018) – ha lavorato tantissimo per l’evoluzione delle modalità di finanziamento e rendicontazione da parte delle fondazioni ed enti filantropici, che ben lungi dall’essere un tema tecnico o neutro, influiscono sulle capacità, indipendenza, resilienza della società civile e della stessa democrazia. In questi anni, abbiamo potuto giocare di sponda e contribuire ad un cambiamento culturale nel dibattito europeo. Ho infatti avuto la fortuna di incontrare colleghe e colleghi europei che, come me, appartenevano a una prima generazione di segretari generali in filantropia provenienti da ONG, imprese sociali, organizzazioni del Terzo Settore. Avevamo quindi vissuto anche dall’altra parte la relazione tra chi finanzia e chi viene finanziato e avevamo una sensibilità molto forte rispetto alle dinamiche di potere che attraversano quella relazione e alla non neutralità degli strumenti che utilizziamo.
Quello che è nato è stato, per molti versi, un movimento interno alla filantropia. La pandemia ha rappresentato una drammatica crisi, ma anche un’accelerazione di processi di rimessa in discussione che erano già in corso: improvvisamente è diventato evidente che fiducia, flessibilità, finanziamenti non vincolati a progetti, e sviluppo organizzativo non erano questioni accessorie, ma condizioni essenziali perché la società civile potesse svolgere la propria missione. La dichiarazione d’impegno sottoscritta da oltre 800 fondazioni nel marzo del 2020 è stata un momento importante di questo percorso di profonda riflessione sul come la filantropia esercita il proprio ruolo. Da ultimo si possono leggere in merito le due guide appena pubblicate da Philea: Unrestricted funding: a practical guide for funders [1] e Funding organizational development: from insight to action [2].
Infine, il lavoro costante per costruire una maggiore giustizia intergenerazionale nel sistema filantropico con Future Chair [3], oltre che con il riconoscimento di Assifero come rete per il Servizio Civile Nazionale prima – Universale oggi – con l’idea di creare opportunità di accesso e ponti tra fondazioni e ragazze e ragazzi provenienti da contesti culturali, economici e sociali diversi da quelli tipici della filantropia. Siamo partiti nel 2018 con i nostri primi 12 volontari e oggi abbiamo 110 volontari: un bellissimo salto di quantità e qualità.
La dimensione europea è sempre stata centrale per il tuo lavoro.
La dimensione europea per me è sempre stata qualcosa di imprescindibile. Una delle missioni che ho sentito più fortemente in questi anni è stata quella di contribuire ad abbattere il solipsismo che troppo spesso caratterizza la filantropia: l’idea che ogni fondazione, ogni organizzazione, ogni Paese possa trovare da solo le risposte a problemi che sono invece profondamente interconnessi.
Per questo ho sempre pensato alle reti non semplicemente come luoghi di rappresentanza, ma come vere e proprie infrastrutture del cambiamento, non al servizio dei propri associati ma alla guida di processi di trasformazione collettiva di superiore interesse sociale: spazi nei quali incontrarsi, mettere in discussione le proprie pratiche, imparare gli uni dagli altri e costruire insieme pensiero e capacità di proposta. In questo senso l’Europa è stata per Assifero uno spazio straordinario da cui nutrirsi e al quale, allo stesso tempo, contribuire. Penso a ECFI [4]: nel 2016 quando abbiamo creato ECFI non sapevamo nemmeno quante fossero le fondazioni di comunità in Europa, oggi sono un movimento di quasi 900 fondazioni connesse e in trasformazione.
Molte delle riflessioni che abbiamo poi portato avanti in Italia, dalle modalità di finanziamento allo sviluppo delle governance fino ai temi come filantropia per il clima, sono cresciute anche grazie a questo confronto continuo con l’Europa.
E sono particolarmente orgogliosa del fatto che Assifero non sia stata semplicemente presente in Europa, ma abbia partecipato attivamente a questi spazi, portando il proprio contributo e coinvolgendo sempre di più le proprie associate. Credo molto nella reciprocità di questo scambio: abbiamo portato in Europa esperienze, pratiche e sensibilità maturate in Italia e, contemporaneamente, abbiamo cercato di riportare nel nostro Paese domande, sperimentazioni e prospettive che stavano emergendo altrove.
Co-guidare il processo che ha portato alla nascita di Philea (enti filantropici in 36 paesi, 76 miliardi di erogato all’anno, 456 miliardi di patrimoni) e avere poi l’opportunità di servire come vicepresidente fino allo scorso maggio è stato sicuramente straordinario. Non tanto per il ruolo in sé, quanto perché ho potuto essere parte di un processo inedito di immaginazione e costruzione di un’infrastruttura filantropica 4.0 e intrinsecamente ecosistemica per il nostro continente.
Dove vedi andare il sistema filantropico italiano nel futuro?
La filantropia si trova oggi davanti a un momento storico in cui è chiamata a essere molto più consapevole del proprio ruolo e del proprio potenziale. Ha caratteristiche uniche: autonomia e libertà nell’utilizzo delle risorse, capacità di assumersi rischi e prospettive di lungo periodo. A differenza dello Stato non risponde ai cicli elettorali e, a differenza del mercato, non deve generare profitti nel breve termine. Proprio per questo può osare, sperimentare, investire in idee che altri considerano ancora troppo rischiose o lontane dal mainstream e sostenere processi di cambiamento che richiedono tempo. Ma per farlo deve essere insieme umile e coraggiosa: ambiziosa nelle missioni che si pone, umile nel riconoscere di non avere già le soluzioni.
In questi anni abbiamo lavorato moltissimo sul perché e come finanziare: sulla qualità delle relazioni, sulle modalità di finanziamento, sul superamento della logica del progetto e sul capitale paziente, flessibile e basato sulla fiducia. Credo che la prossima frontiera sia interrogarsi ancora di più anche su cosa e quanto, sulla capacità di mobilitare risorse all’altezza delle trasformazioni che abbiamo davanti. E allo stesso tempo superare l’iperframmentazione del sistema: non possiamo permetterci fondazioni che lavorano come monadi, ciascuna chiusa nel proprio perimetro. E non possiamo permetterci l’iperproliferazione e frammentazione. Serve investire sull’esistente e collaborare; servono alleanze, infrastrutture e capacità di sistematizzare per non reinventare ogni volta la ruota, di mettere a sistema e costruire, come direbbe Otto Scharmer, non egosistemi ma ecosistemi di cambiamento.
Auspico una filantropia capace di uscire dai silos. Cambiamento climatico, deterioramento della democrazia e partecipazione civica, informazione pubblica di qualità sono profondamente interrelate con disuguaglianze e vulnerabilità sociali. Il passaggio che vedo necessario è da una filantropia concentrata prevalentemente sulla risposta ai bisogni a una filantropia trasformativa, capace di affrontare le cause profonde, investire nell’agency delle persone e delle comunità e contribuire a immaginare e costruire futuri possibili.
Qual è il tuo augurio per Assifero?
Il mio augurio è che Assifero continui innanzitutto a resistere ai venti di nazionalismo, solipsismo e individualismo, mantenendo una leadership diffusa e decentralizzata e continuando a essere un’infrastruttura al servizio dell’intero sistema, non degli interessi di pochi. Che continui a mettere in connessione persone e organizzazioni, a porre domande scomode, ad aprire e curare conversazioni che mettano in discussione il business as usual, ad accelerare apprendimenti e collaborazioni e a incidere sulle pratiche concrete dei singoli enti filantropici, aiutandoli a essere sempre più consapevoli del proprio ruolo e del proprio potenziale trasformativo.
E soprattutto, mi auguro che non perda mai la capacità di tenere al centro le relazioni umane. La trasformazione non nasce soltanto dalle strategie, dagli strumenti o dalle risorse, ma dalla qualità delle relazioni e dalla capacità di creare spazi in cui altri possano fiorire. Vorrei che Assifero continuasse a essere proprio questo: uno spazio collettivo, aperto e plurale, capace di nutrire coraggio e immaginazione e di contribuire a una filantropia più consapevole, umile e ambiziosa, all’altezza delle sfide del nostro tempo.
NOTE
[1] Philea, Unrestricted Funding: A Practical Guide for Funders, disponibile su: https://philea.eu/philea-publishes-unrestricted-funding-a-practical-guide-for-funders/
[2] Philea, Funding Organisational Development: From Insight to Action, disponibile su: https://philea.eu/philea-publishes-funding-organisational-development-from-insight-to-action/
[3] Assifero, Future Chair, https://assifero.org/programmi-e-iniziative/future-chair/
[4] European Community Foundation Initiative (ECFI), https://communityfoundations.eu/
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Carazzone, C. (2018). Due miti da sfatare per evitare l’agonia del Terzo settore. VITA. https://www.vita.it/due-miti-da-sfatare-per-evitare-lagonia-del-terzo-settore/
ABSTRACT
After twelve years and three terms as Secretary General of Assifero, Carola Carazzone reflects on the evolution of Italian philanthropy and the role of networks in building a more connected and aware ecosystem. The interview explores leadership, organisational development, funding practices and intergenerational justice, highlighting the value of the European dimension and collaboration. It looks at the transformations of recent years and the challenges ahead, envisioning a philanthropy capable of breaking down silos, addressing the root causes of inequality, and investing in people, communities and their capacity to drive change.
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